Pallavoliamo Gennaio 2014 - Page 72

FENOMENI 72 RIO DE JANEIRO 1990 “Avevo 20 anni quando giocammo la finale mondiale. A quell’età non si ha paura, si è più spregiudicati, le responsabilità non sono ben definite, e certi eventi si affrontano senza sapere che se perdi, perdi una grossa opportunità, se vinci, invece, entri nella storia. La giornata della finale l’ho vissuta con molta tranquillità, come una giornata normale, il che può sembrare strano: forse perché io ero veramente incosciente, e non sentivo la responsabilità dettata dalla mia età, o forse perché per me, il sapore che aveva quella partita, non era quello di una finale: la cosa importante era battere Cuba. Quello era l’obiettivo che avevo nella mia testa, e avevo cercato di studiare gli avversari per capire come batterli... non ne potevo più di perdere contro di loro. Quando siamo scesi in campo, il primo segnale che qualcosa stava cambiando fu il vincere il primo set ai vantaggi: giocare punto a punto ci diede la fiducia e la sicurezza che ci erano sempre mancate nelle partite contro Cuba, e ci fece capire che eravamo lì e non eravamo in affanno. Sicuramente Cuba si era trovata davanti una squadra che, per la prima volta, riusciva a tenergli testa. Io ho vissuto la partita dalla panchina, e sicuramente ho avuto una visione più lucida di quello che stava succedendo, rispetto ai miei compagni in campo. Noi ci siamo sempre mossi come una squadra, nel bene e nel male, e questo è stato un punto nostro di forza. Nei time out ci si univa tutti insieme, si ascoltava Julio Velasco e tra noi giocatori c’era molta comunicazione. Quando l’ultima palla cadde a terra ho pensato solo a una cosa: LI ABBIAMO BATTUTI! Ho poi visto Gardini salire sul seggiolino dell’arbitro e io sono corso in campo saltando, ma, in tutta onestà, ho capito che eravamo diventati campioni del mondo solo alla sera!” ANDREA GIANI