IL SUD ON LINE MAGAZINE 63 - Il Sud On Line - 13 maggio 2019 - Page 14

Spesso si parla del fatto che le donne vivrebbero di più, e che ci sono più vedove che vedovi, ecc. La "leggenda metropolitana" sulla maggiore longevità va avanti, forse, da sempre, ed è difficile comprendere se abbia un fondo di verità oppure no. Quest'anno una ricerca dell'OMS, ovvero l'Organizzazione Mondiale della Sanità sembra avvalorare questa teoria ponendola su basi psicologiche oltre che meramente fisiche e comunque dandone lucide e ragionate motivazioni.

Secondo la World Health Statistics 2019 (WHO, 2019), infatti, per i nati nel 2019 l'aspettativa di vita è di 69,8 anni per i maschi e di 74,2 anni per le femmine, con uno scarto di 4,4 anni a favore delle donne.

Secondo l'OMS alla base di questa diseguaglianza non c'è una singola causa bensì ve ne sono diverse. Analizziamole nel dettaglio, per comprendere meglio i risultati di questa importante ricerca.

Donna al volante... attenzione costante?

Gli esperti del portale di psicologia PsicologiOnline.net ricordano che alla base della mortalità ci sono cause, ovviamente, fisiche ma ve ne sono anche di psicologiche che troppo spesso vengono sottovalutate se non ignorate. Anche la salute mentale, in questo senso, miete vittime più numerose di quanto possiamo pensare.

Un esempio: gli incidenti stradali sembrano essere più pericolosi per gli uomini, che vedono abbassarsi l'aspettativa di vita di circa 0,47 anni in più rispetto alle donne. Da cosa dipende questa maggiore frequenza di decessi maschili per incidenti automobilistici? Tra le cause prime viene indicato il fatto che nel settore degli autotrasporti sono impiegati quasi esclusivamente uomini. Anche se le donne stanno lentamente aumentando, per adesso il monopolio è strettamente nelle mani degli uomini. Altra causa è che a livello empirico è stata dimostrata la maggiore aggressività alla guida da parte degli uomini e anche una attenzione inferiore nei confronti dei rischi che comporta uno stile di guida non prudente.

Secondo un'analisi sulle cattive abitudini alla guida (Mouloua et al., 2007), gli uomini hanno più familiarità rispetto alle donne con la guida in stato di ubriachezza e sotto l'effetto di sostanze stupefacenti o psicotrope, entrambe causa di importanti alterazioni dello stato psichico. Sempre secondo questa ricerca, gli uomini sono più propensi ad utilizzare le luci della propria auto per spaventare gli altri automobilisti e hanno reazioni meno pronte agli incidenti; cioè uniscono ad una maggiore propensione a provocare incidenti una minore capacità di reagirvi.

Perché l'alcool miete più vittime maschili

Altra causa più significativa di quanto si possa pensare della mortalità maschile è legata al consumo di alcool ed alla conseguente cirrosi epatica che da esso deriva. Questa malattia invalidante e incurabile, infatti, che spesso pensiamo interessi solo persone ai limiti della società, è più diffusa di quanto il senso comune ritenga e causa una riduzione di vita maggiore negli uomini ed attestata circa a 0,27 anni. Sappiamo bene che la cirrosi epatica è una malattia squisitamente fisica ma le sue cause sono tutte nella sfera psicologica, ossia nel consumo di sostanze alcoliche. La differenza di genere nel consumo di alcolici è sensibile.

Negli Stati Uniti, dove il problema è molto diffuso, vi sono circa 16,1 milioni di persone affette da alcolismo. Tra queste vi è un rapporto di 2:1, con gli uomini assestati a 9,8 milioni contro i 5,3 delle donne. Una ricerca (Schulte et al., 2009) analizza le cause di questa differenza e le trova nel fatto che in molte culture la capacità di "reggere" l'alcool è intesa come sintomo di virilità e quindi spinge al massimo la sfida a se stessi. L'uso precoce di alcol, inoltre, più abituale nei maschi rispetto alle femmine, consente una maturazione ritardata di alcune aree cerebrali durante gli anni dello sviluppo e una conseguente minore capacità di rispondere fisicamente all'alcool. Questa maturazione ritardata causa anche una insufficiente valutazione dei problemi legati all'uso di alcolici da parte dei maschi.

La violenza è maschio?

Forse non la violenza in senso lato ma almeno quella fisica è certamente appannaggio della popolazione maschile più che di quella femminile. Se gli attacchi verbali, le rappresaglie, i ricatti ed i dispetti sembrano essere "armi" più femminili, quando si scende sul piano della fisicità il problema assume caratteristiche maschili. La violenza interpersonale causa una riduzione dell'aspettativa di vita di 0,21 anni per gli uomini rispetto alle donne.

Secondo il rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità gli uomini hanno probabilità quadruple di morire per omicidio rispetto alle donne. Circa un quinto degli omicidi viene commesso dal partner o da un familiare della vittima, che nella maggioranza dei casi è donna. Si tratta della piaga, tristemente nota, del femminicidio. La situazione cambia, però nei crimini di strada, dove è molto probabile che uomini uccidano altri uomini.

La violenza, quindi, sembra essere appannaggio prevalente degli uomini che, di conseguenza, ne sono anche le vittime più frequenti. In qualche modo è come se i contesti maschili fossero "naturalmente" più violenti. Secondo una ricerca (Sturmey and Copping, 2017) ciò potrebbe dipendere da livelli più elevati di aggressione fisica nei maschi che nelle femmine.

L'uomo è davvero più forte?

L'ultimo fattore analizzato dall'OMS è forse quello che provoca più stupore: l'autolesionismo. La teoria, infatti, sostiene che il maggior tasso di autolesionismo maschile rispetto a quello femminile abbia un ruolo considerevole nella minore attesa di vita degli uomini rispetto alle donne. Complessivamente il tasso di uomini morti suicidi è di 1,75 superiore rispetto a quello delle loro compagne.

Le donne hanno più frequenti pensieri suicidi e attuano più tentativi ma gli uomini sembrano più puntuali nel portare a termine tali pensieri. Questo dato, analizzato in più ricerche tra cui Canetto e Sakinofsky, 1998, viene definito "il paradosso del suicidio". Le cause di tale paradosso sono difficili da analizzare, data l'estrema delicatezza della materia. Forse, alla base di tutto vi è il maggiore stress a cui sono sottoposti i ruoli maschili nella riuscita sociale, nel raggiungimento del benessere familiare, nel ricoprire ruoli di comando e di prestigio, etc. Gli standard richiesti, più alti che per le donne, porterebbero a delusioni e scoraggiamenti anche irreversibili. Tra le rigide regole imposte al "maschio", poi, ci sono quella di non manifestare emozioni negative, rifiutare l'aiuto di psicologi e terapeuti in caso di depressione o pensieri suicidi e il ricorso all'automedicazione con alcoolici. Tutto ciò è esposto nella ricerca Möller-Leimkühler, 2003.

Saper chiedere aiuto è da forti, non da deboli

La ricerca stilata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, è stata licenziata in questo anno, il 2019, e quindi tutti i dati esposti sono recenti. Uno dei più rilevanti, tra tutti questi dati, è l'assoluta necessità mostrata da entrambi i sessi di usufruire di un'adeguata assistenza mentale e psicologica.

Tra le cause fisiologiche della minore attesa di vita da parte degli uomini vi sono le malattie cardiache, tumori polmonari ed altri disturbi fisici ma anche i disagi psicologici e mentali vanno ad aumentare la forbice tra età nella mortalità femminile e maschile. Poiché gli uomini generalmente faticano di più ad affidarsi a psicologi e psicoterapeuti, proprio perché legati a stereotipi sociali di virilità ed indipendenza, è forse su questo punto che bisognerebbe lavorare in modo più approfondito.

Dovremmo cercare di far comprendere alle persone che mostrare le proprie debolezze e richiedere aiuto non è di per sé una debolezza ma, anzi, una prova di forza morale. Se riuscissimo, a livello sociale, in questa difficile impresa, probabilmente i numeri di questa ricerca ne uscirebbero molto cambiati.

Il professor Malavasi

Arriva il reddito di inclusione

Lettera aperta:

le due Napoli ora

diventano tre

Il governo rompe il tabù della povertà e per la «prima volta» ricorda il premier Genitoloni, viene adottato «uno strumento universale come il reddito di inclusione». Lo fa nel giorno in cui l'Istat ricorda che i poveri in Italia sono aumentati a cavallo tra il 2014 e il 2015, soprattutto tra le famiglie con 4 componenti. Già nel 2015 comunque il 6,1% delle famiglie residenti (4,6 milioni di persone) si trovava in povertà "assoluta", non in grado di far fronte alle più elementari necessità di vita. In povertà "relativa" erano 2,7 milioni (8,3 milioni di persone). Un quadro che ci pone tra gli ultimi nel confronto con molti Paesi europei.

Claudio D’Aquino

Le riflessioni di Antonio Napoli si confermano sempre lucidissime e stimolanti, siano esse affidate alle colonne del Corriere del Mezzogiorno o alla testata online Il Sussidiario. In particolare quando riguardano la sua città d’origine, che è la mia, mentre quella di adozione è ormai da anni vive Milano. Siamo entrambi partenopei di Fuorigrotta, in quel quartiere abbiamo speso l’adolescenza e ci siamo conosciuti.

A Napoli essere del Vomero o di Chiaia o del Vasto o, appunto, di Fuorigrotta, fa la differenza. Differenza di sfumature, intendiamoci. Anzi, di prospettive. Il quartiere di Fuorigrotta, nato in realtà nel ventennio sotto la spinta della costruzione della Mostra delle Terre d’Oltremare, è separato dal resto della città da un doppio tunnel, che anche fisicamente sanciscono un legame di “cordone” e, insieme, una certa distanza. Insomma è un po’ come guardare la città “vera” – il fazzoletto di territorio corrispondente al centro antico che si estende – dall’alto di una balconata di teatro.

L’ultimo articolo di Antonio parla di Noemi, la bimba ferita a Napoli da un killer della camorra. Il titolo non rende del tutto giustizia all’articolo perché indugia su un aspetto che non risponde del tutto allo spirito con cui la città ha reagito al ferimento di Noemi, la bimba che versa in condizioni critiche all’Ospedale Santobono. “Gomorra ha successo, le manifestazioni anticamorra no”, si legge sul Sussidiario, che poi aggiunge un sommario ancora più caustico: “Napoli è ritornata in prima pagina con il suo volto peggiore, la violenza criminale consumata senza riguardo per gli innocenti”.

Il racconto della realtà è il fondamentale obiettivo del giornalismo, ne è quasi la ragion d’essere. Ma il racconto è proprio lo spazio di intersezione che lega il giornalismo a un altro genere di scrittura, la narrazione letteraria con i suoi topoi e le sue enfasi, e persino i suoi tic. Leggere Napoli come un prolungamento della sceneggiatura di Gomorra? Ci può stare, scontando però una certa parzialità e un certo limite della visuale. Perché tutto può essere adoperato nel tentativo di raccontare Napoli, tranne che la divisione manichea in buoni e cattivi, i borghesi illuminati e il popolo, gli intellettuali nipoti della Repubblica partenopea e i lazzari di oggi, che da guappi si sono trasformati in criminali senza scrupoli.

Mettere il dito nella piaga è cosa buona e giusta, l’indignazione dinanzi a fatti così gravi non è mai troppa. Ma c’è anche un’altra realtà da raccontare, un’altra verità da testimoniare…

Lo espresse bene Caravaggio, ed è ragione della sua grandezza e attualità, che preferì descriverla coi chiaroscuri. “Si può discutere all’infinito – scrive Antonio Napoli – se la Napoli che racconta Gomorra esista davvero sia una finzione che danneggia l’immagine della città…”. Né l’una né l’altra, caro Antonio. Una terza Napoli si è manifestata proprio per effetto del ferimento di Noemi e sembra pronta a scendere in campo.

Una terza Napoli formata non solo dai pochi o molti che hanno preso parte alle manifestazioni che hanno fatto seguito all’episodio cruento, all’insegna di “Prima le persone” e di “DisarmiAmo Napoli”, quasi dei flash mob. C’è anche un ampio moto di sdegno di una maggioranza, oramai non tanto silenziosa, che ha percepito la differenza, ha compreso che in piazza Nazionale non è avvenuto un agguato “qualunque”, non di un episodio di ordinaria brutalità si è trattato per cui, proprio dal fondo suppurato di una comunità avvezza a convivere con abuso e sopruso, è sorto un sommovimento emotivo, una reazione diffusa al graffio avvertito nella carne, uno scatto degli umori che segnala lo scoccare una scintilla etica e dei costumi. E questa scintilla ha un nome e cognome: Antonio Piccirillo.

Chi è? Non un pentito della camorra che si dissocia come tanti. E nemmeno una persona che prende le distanze dal clan di appartenenza scegliendo di fare una vita appartata, come Nunzio Giugliano, ucciso nel 2005. Antonio Piccirillo ha fatto outing rispetto alle scelte del padre pubblicamente. Si è spogliato dei panni di famiglia proprio in piazza, come Francesco d’Assisi. E senza esitare ha gridato in piazza – poche o molte che fossero le persone presenti al sit-in – il più netto ed inequivocabile degli slogan: “La camorra è una montagna di merda”. Ha ventitrè anni, Antonio, ed è già una icona della “terza Napoli”. E soggiunge al cronista Fulvio Bufi che lo intervista: “Chi fa soffrire i propri figli condannandoli a una vita di sofferenze non serve a niente, nemmeno come genitore”.

Racconta che fa volontariato con Pietro Ioia, Antonio Piccirillo. Che per lui ha svolto evidentemente il ruolo di “testimone soccorrevole”, diventando la guida o il maestro che non ha mai avuto. Ioia è un ex narcotrafficante – spiega Bufi – che dopo aver scontato vent’anni di carcere fa fondato un’associazione che aiuta i ragazzi provenienti da famiglie disagiate a inserirsi nel mondo del lavoro. “Lui mi ha dato la spinta – afferma Piccirillo – a tirare fuori quello che ho dentro… Essere figlio di un camorrista significa non vivere bene, e io sono stanco di non vivere bene…

La terza Napoli è quella che si ottiene dalla intersezione di due insiemi, i borghesi e i lazzari che, come dice Raffaele La Capria, a Napoli si guardano in cagnesco e si tengono a debita distanza, temendosi l’un l’altro, fin dalle tragiche vicende della Repubblica partenopea. E’ la Napoli che sui social ha fatto rimbalzare la preghiera – laica o cattolica poco importa – affinché sia possibile che la vita della piccola Noemi non si spezzi. Una invocazione rimbalzata da profilo a profilo in Facebook quasi come una voce che passa di balcone in balcone, da vicolo a vicolo, come nella città immaginata da Domenico Rea. Che era scrittore e giornalista senza confondere mai i piani. E a proposito di articoli su Napoli ebbe a scrivere:

“Per noi resta il fatto che ovunque troviamo quattro righe su Napoli, prostituzione, furto, arrangiamento e compromesso sono i punti di forza. Ma il sentimento tragico della vita, spogliato e nudo, che qui regna su tutto, come la violenza di vivere almeno una volta, perché una volta si vive, rimangono forze oscure. La brama di vivere, che ossessiona questa gente di fondo pagano, oppressa dalla miseria, ha fatto sembrare il napoletano un uomo incontinente… il napoletano non insiste nel male, perché il suo ideale è un mondo semplice e buono che raramente riesce a realizzare. E’ un essere umano che nelle più violente furie conserva, più che un filo di ragione, un’illuminazione di bene”.

Ps: Intanto si apprende che “Noemi respira meglio” grazie a un lieve miglioramento del polmone sinistro. Rimossi i coaguli di sangue dai bronchi, i medici sperano di poterla estubare il prima possibile. La nota Ansa ha un punto attacco molto “vero”: La città prega per Noemi, si riaccende la speranza…