IL SUD ON LINE MAGAZINE 57 - Il Sud On Line - 31 marzo 2019 - Page 37

T

Arriva il farmaco della giovinezza

avvenimenti e dalla storia, in un’Italia dei primi decenni dell’Unità, che non ha lasciato scampo né a chi guardava nostalgicamente al passato borbonico, né a chi sognava un mondo nuovo.

Nato è un giovane che lavora per i padroni, com’era per tutti i poveri contadini di allora, anche perché dopo la morte del padre, il bisogno è tanto in famiglia e poi, bisogna fare la dote alle due sorelle. Quando gli arriva la cartolina precetto per il servizio militare, Nato è molto preoccupato così come tanti altri giovani, perché c’è il pericolo di stare via da casa tanti anni (secondo quanto prevedeva la coscrizione obbligatoria introdotta nel nuovo Regno d’Italia, altra grave misura contro il Sud prevalentemente contadino) e ciò causerebbe un grave danno alla famiglia. Ma Nato viene dichiarato rivedibile e ciò lo rende, da un lato, preoccupato, perché crede di essere ammalato, dall’altro, felice, perché potrà tornare a casa, al suo lavoro.

Nato ha molta dignità, sente pressante il senso di giustizia, se la prende con chi si sente gnuri, specialmente con tutti coloro che, prima borbonici, si erano genuflessi, ma per mettersi comodi, ai Piemontesi, come da miglior tradizione gattopardesca. I Piemontesi, che avevano mandato il generale Cialdini a sedare, con violenza inaudita, gli animi facinorosi di tanti poveracci che loro chiamavano briganti, colpevoli di chiedere solo pane e lavoro e di non voler fare il soldato abbandonando la famiglia per anni ed anni. E poi, lui aveva letto I miserabili e con gli amici parlava sempre di Jean Valjean, il protagonista del romanzo, vittima di tali e tante ingiustizie da fare vent’anni di lavori forzati e da essere perennemente braccato dalla Legge, il tutto solo per aver rubato qualcosa da mangiare. Insomma, Nato è uno che non bacia i piedi a nessuno, ma le cose iniziano ad andare male per lui quando osa sfidare un notabile del luogo, che gli dava da lavorare durante le annate olearie, reo di aver tentato di importunare la sorella Caterina, una delle donne dell’anta, che raccoglieva le olive. Infatti viene licenziato e, assieme a lui, anche la sorella, e da quel giorno, nessuno, proprio per non far torto al notabile molto potente e temuto, fu disposto a dargli lavoro. Non solo, ma le dicerie nel paese su Nato si diffondono in un lampo: il notabile sarebbe stato costretto a licenziarlo proprio perché troppo violento, insomma una testa calda.

L’arciprete del paese, don Felice, uomo buono e partecipe delle vicende della famiglia Pellicanò, aiuta il giovane fino a trovargli un lavoro come taglialegna ai Piani dell’Aspromonte, ed è proprio qui, in una delle tante notti trascorse al fuoco del camino, che fa un incontro decisivo: quello con il brigante Peppe Musolino.

Le visite di Musolino si ripetono fino a che gli chiede di aiutarlo ad allontanarsi dall’Aspromonte, scendere fino alla Piana e raggiungere Napoli, per imbarcarsi per l’America, unico modo per sperare di salvarsi da una morte certa.

Alquanto temeraria la cosa, Nato è di due cuori: rischiare di mettersi nei guai aiutando Musolino, o tirare per la sua strada tanto non può raddrizzare le gambe ai cani, ricordandosi, in tale occasione, delle parole di raccomandazioni che la sorella Peppa gli fece prima di partire per i Piani d’Aspromonte.

Nato, in realtà, ha già deciso: aiuterà Musolino.

In un agguato dei carabinieri, teso per catturare Musolino, Nato viene arrestato. Inizia il calvario che lo condurrà alla morte. Evade dal carcere di Radicena ed il primo pensiero è di andare dalla madre, ma qui tutti, compreso l’arciprete, lo convincono a consegnarsi alla Legge, e così avviene il clamoroso arresto nella Chiesa del Rosario di Melicuccà. L’epilogo è tragico: Nato muore. Suicida…o ammazzato? Vincenzo, il cognato di Nato, è convinto che sia stato ammazzato. Muore la madre, di crepacuore, perché sì, si può morire anche di crepacuore.

Una storia triste, tristissima che non poteva avere che questo epilogo. Un potente affresco dell’epoca in cui, situazioni di lampante prepotenza e sopraffazione, rendevano la vita del popolo del Sud ancora più difficile e insopportabile rispetto al periodo borbonico. Un potente affresco dei valori indistruttibili di quella sacra religione degli umili: la dignità del lavoro, il sentimento del dovere, il sacrificio, l’unità familiare, la solidarietà, che qui sono espressi con vigore e limpidezza, e che attraversano ogni pagina del romanzo, come motivo di fondo.

La narrazione è perfettamente centrata nel periodo storico di riferimento, vera nella ricostruzione, avvincente nel ritmo, e la scrittura è così vivida da sentire, percepire, vivere le scene narrate.

L’abile caratterizzazione dei personaggi, poi, soprattutto di Nato, fanno entrare il lettore in empatia con i personaggi stessi, provando sentimenti di comprensione, compassione, ma anche ribrezzo.

Il Barone, un bellissimo romanzo di Giuseppe Antonio Martino che, trattando un tema della nostra storia così tragico e complesso, potrà essere annoverato tra i testi più interessanti della letteratura meridionalista.

Rosanna Giovinazzo