DANCE&CULTURE Magazine n°1/2015 - Page 20

è dispiaciuto che a causa di esse alcuni giovani artisti si siano sentiti feriti, strumentalizzati. Questi artisti stanno crescendo, e il mercato europeo li sta accogliendo, alcuni di loro con grande successo, basti pensare a Giorgia Nardin. Non sappiamo che posizione avranno questi autori un giorno nella storia della danza, ma ad oggi il mercato sta dando ragione a loro e torto ai blogger. Da parte mia, la danza contemporanea che sente di avere una genealogia a partire dalla tradizione della danza classica è solo una delle tante danze possibili. Poi vai in Francia, dove sei sempre molto amato e atteso. Dobbiamo molto alla Francia. La relazione con questa nazione è fiorita all’improvviso negli ultimi due anni. Non so come spiegare cosa sia successo, ma è successo. Nel 2012 il panorama francese si è trovato di fronte un artista, con una serie di lavori sconosciuti, ma con un corpus sostanzioso. Abbiamo quattro spettacoli in repertorio che stanno circuitando con successo in Francia. Bisogna vedere poi cosa accadrà tra un paio d’anni, con i nuovi lavori, quando avremo esaurito i contenitori dove presentarci, e se avranno ancora voglia di programmarci, pro- 20 durci, ospitarci. Io spero di sì. In una realtà satura e ricca in senso positivo come quella della Francia la reazione agli spettacoli è stata molto interessante. Il pubblico francese è difficile da conquistare perché appunto abituato a vedere tante cose. Quindi siamo molto contenti. Come cambia l’accoglienza? Nonostante io non sia assolutamente esterofilo e non mi piaccia lamentarmi dell’Italia a priori, devo ammettere che la cosa straordinaria della Francia è la decentralizzazione della cultura: in ogni piccolo centro c’è spazio per il contemporaneo e non solo per la tradizione. Ad esempio ad Aix-en-Provence l’anno scorso abbiamo fatto due repliche di Folk-s e abbiamo avuto circa ottocento spettatori. Il bello di queste situazioni è che ci sono anziani e bambini che vanno a vedere gli spettacoli, e c’è una grande serenità nell’andare a teatro. Lo spettro del contemporaneo, la fobia del concettuale che puoi sentire altrove, lì non c’è. La paura della “non danza” sembra essere superata da tempo. In Italia è vero che si fatica a lavorare, ma solo nella mia regione (Marche) abbiamo circa 100 teatri: un patrimonio straordinario. Il dialogo con i partner regionali è importantissimo. I miei lavori sono prodotti dal 2008 da Marche Teatro, che ad oggi è ancora il nostro principale produttore, e con l’Amat c’è un dialogo costante. Significa che quando c’è la volontà di produrre contemporaneo, quando c’è la volontà di produrre danza, si possono trovare i modi per farlo anche all’interno dei teatri stabili. Dispiace a volte sentire che c’è grande scetticismo nei confronti del contemporaneo, e che la parola “concettuale” sia diventata quasi sinonimo di noioso e incomprensibile. Dispiace, viste le scarse risorse a disposizione, che in alcuni casi ancora non si riescano ad arricchire come proposta culturale alcune stagioni di teatro di prosa. Proprio in questi giorni trovo molto interessante la discussione tra Renato Palazzi e Antonio Audino: io sono completamente d’accordo con Palazzi. Ma per fortuna esiste la realtà dei Festival italiani, che fanno lo straordinario lavoro di diffusione del contemporaneo: Santarcangelo, DRO, Bassano del Grappa - il CSC è anche un nostro produttore storico -, Short Theatre, Interplay, Aperto… ed anche alcune rassegne dal carattere più ufficiale come DNA di Romaeuropa. Queste realtà diffondono la ricchezza dell’offerta culturale italiana. Di questo mi piace parlare quando vengo intervistato all’estero.