Coelum Astronomia 231 - 2019 - Page 59

rafforzato l’idea che piccoli mondi, come i pianeti nani, ma anche le lune dei grossi pianeti gassosi, possono ospitare (o aver ospitato in una parte significativa della loro storia) oceani sottosuperficiali e una potenziale attività idrotermale, con la possibilità di formare molecole organiche complesse se non addirittura la vita.

E proprio per questo motivo la NASA ha deciso di seguire i rigorosi protocolli di protezione planetaria. Invece di far schiantare la sonda sulla superficie del pianeta, per evitare contaminazioni Dawn rimarrà in orbita per almeno 20 anni, ma gli ingegneri hanno la quasi totale certezza che ci resterà per decenni, sicuramente oltre i 50 anni, permettendoci, eventualmente, di studiarne da vicino la superficie ancora incontaminata con eventuali future missioni.

Inizialmente si era pensato a una ulteriore estensione di missione, e indirizzarla all’esplorazione di un terzo oggetto di fascia, l’asteroide 145 Adeona, ma alla fine si è preferito

continuare a studiare fino all’ultimo il pianeta

nano, per non perdere l’occasione di raccogliere dati importanti e completare lo studio da un’orbita bassa.

Come sempre accade, la sonda

interrompe le sue operazioni, ma la

missione per certi versi è solo all’inizio: «I dati di Dawn saranno profondamente analizzati dagli scienziati che studiano la crescita e la differenziazione dei pianeti, e quando e dove la vita potrebbe essersi formata nel nostro Sistema Solare. Cerere e Vesta sono importanti anche per lo studio di sistemi planetari lontani, poiché forniscono uno spaccato delle condizioni che possono essere trovate attorno a giovani stelle» ha spiegato Carol Raymond, principal Investigator al JPL.

E adesso? Avrebbe senso mandare una nuova missione su Cerere?

In parte risponde, in una intervista a Science.com, Paul Schenk, della Universities Space Research Association al Lunar and Planetary Institute di Houston: «Credo gli interrogativi che stiamo lasciando aperti richiederebbero di tornare ad analizzare la superficie in profondità, perché dall’orbita non è possibile scoprire molto più di quanto abbiamo già ottenuto». In particolare Schenk troverebbe auspicabile una missione per l’esplorazione del cratere Occator, dimostratosi forse la struttura più significativa per approfondire tutti i meccanismi che hanno agito sul pianeta nano.

Anche se i processi idrotermali che vi si sono svolti difficilmente possono aver consentito la nascita di una qualche forma di vita, anche solo batterica (hanno avuto una durata troppo limitata nel tempo) possono essere importanti come modello semplificato per arrivare a comprendere altri mondi più complessi (come Europa, luna di Giove, o Encelado, luna di Saturno, tra i più promettenti mondi per la ricerca di vita al di fuori della Terra). Conoscere a fondo i processi fisici e chimici che si sono svolti e i materiali coinvolti sarebbe di importanza fondamentale per arrivare a capire ogni tipo di attività idrotermale più complessa che troviamo nel resto del Sistema Solare e per riuscire a fare passi avanti nella soluzione dell’enigma dell’origine della vita.

Al momento non ci sono ancora progetti in corso e quelli che erano stati proposti non hanno avuto un seguito, ma erano tutti progetti ideati e proposti prima che la sonda raggiungesse Cerere… Ora che la missione è conclusa le cose potrebbero cambiare. «Abbiamo solo iniziato a capire Cerere e ci vorrà del tempo per comprendere appieno cosa abbiamo davanti», conclude Schenk. E c’è il tempo per pensare bene a che tipo di missione puntare.

Sopra. Ripresa in falsi colori di Cerere e del cratere Occator con il suo caratteristico “white spot”. Crediti: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA

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