Coelum Astronomia 231 - 2019 - Page 53

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raccoglieva tutti i dati raccolti durante l’intera durata della missione, dunque in totale otto survey dell’intero cielo. Oltre ai dati in temperatura, conteneva anche i dati in polarizzazione, ma erano accompagnati da un’avvertenza. «Sentivamo che la qualità di alcuni dei dati di polarizzazione non era buona al punto da poterli impiegare per la cosmologia», ricorda Tauber. Ovviamente ciò non ha impedito di usarli per tale scopo, aggiunge, ma alcune delle conclusioni alle quali si poteva giungere all’epoca avrebbero richiesto ulteriori conferme, ed erano dunque da maneggiare con cautela.

Proprio in questo consiste la grande novità della release finale del 2018. Ora che il consorzio di Planck ha completato una nuova elaborazione dei dati, gli scienziati hanno adesso la certezza che sia la temperatura sia la polarizzazione sono determinate in modo accurato. «Finalmente possiamo elaborare un modello cosmologico basato esclusivamente sulla temperatura, o esclusivamente sulla polarizzazione, o infine sia sulla temperatura che sulla polarizzazione. E tutti e tre corrispondono», afferma Reno Mandolesi dell’Università di Ferrara e associato INAF, principal investigator dello strumento LFI (Low Frequency Instrument di Planck.

«Dal 2015 a oggi, altri esperimenti hanno raccolto ulteriori dati astrofisici, e nuove analisi cosmologiche sono state condotte, combinando le osservazioni della CMB a piccole scale con quelle di galassie, ammassi di galassie e supernove. Nella maggior parte dei casi hanno rafforzato i risultati di Planck e il modello cosmologico sostenuto da Planck», spiega Jean-Loup Puget dell’Istituto di astrofisica spaziale di Orsay (Francia), principal investigator dello strumento HFI (High Frequency Instrument) di Planck.

«Si conclude una missione di grande successo, che, fra i tanti obiettivi raggiunti, ha principalmente contribuito alla validazione del modello standard della cosmologia», commenta Barbara Negri, responsabile dell’Unità esplorazione e osservazione dell’universo dell’ASI.

piccoli crateri. Come su Marte, ci sono crateri che mostrano delle linee di flusso, segno che dopo la collisione che ha formato il cratere ci deve essere stato lo scorrimento di materiale fluido, probabilmente in seguito alla fusione di ghiaccio d’acqua presente sotto la superficie. Ma la caratteristica che più ha attirato l’attenzione dei ricercatori sono le diverse aree chiare su Cerere, delle macchie bianche (“white spot”) le più famose delle quali si trovano nel cratere Occator. Ma prima di addentrarci nei particolari, concludiamo la presentazione del pianeta nano.

Sopra. Questa immagine ripresa da Dawn il 12 ottobre 2017 mostra la superficie di Cerere con il suo elevato grado di craterizzazione. Crediti: NASA/JPL-Caltech/UCLA/MPS/DLR/IDA

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