Coelum Astronomia 231 - 2019 - Page 166

una grande personalità, affabile e naturalmente orgoglioso della sua carriera astronautica.

Ogni volta che incontravi il comandante Cernan, sapeva coinvolgerti con la sua voce bassa e profonda che ti trasportava con lui sulla Luna e ti faceva rivivere le sue emozioni:

Cernan: «Una delle cose che ho osservato è che quasi nessuna delle domande che ricevo riguardano la tecnologia che abbiamo utilizzato. Le persone non chiedono quanto velocemente andavamo mentre orbitavamo intorno alla luna, le

domande che le persone fanno sono sull’umanità di questa esperienza: che cosa sentivate? Come dormivate? Eravate spaventati? Vogliono sapere dell’esperienza del fare il primo passo sulla Luna. Rispondo che è stato importante per me e nessuno me lo può portare via. Per me i passi memorabili sono stati gli ultimi».

La sua esperienza è stata solo tecnologica o anche di fede?

Cernan: «Quello che ho pensato mentre guardavo la Terra dalla Luna, è che era tutto troppo bello per essere accaduto per caso. Guardando la Terra, ho avuto la sensazione che fossi seduto sulla veranda di Dio».

Sulla Luna pensavate ai rischi che stavate correndo?

Cernan: «Abbiamo trascorso tre giorni di duro lavoro, avevamo una missione da compiere. Ero consapevole che se fossi caduto e la mia tuta si fosse strappata o se il motore non si fosse riacceso potevo morire, ma non vivevo tutto ciò con paura. Siamo stati sempre consapevoli dell’ambiente ostile che ci circondava. Abbiamo scavato trincee e fatto carotaggi, scattato migliaia di foto di quella magnifica desolazione. Jack (Harrison Schmitt, pilota del modulo lunare) ha fatto un ottimo lavoro come geologo. Era sempre molto concentrato nel suo lavoro. Ho dovuto dirgli: Jack, prenditi una pausa, lo devi a te stesso, guarda dove sei».

Come si torna alla vita di tutti i giorni sulla Terra?

Cernan: «Torni a casa ed è tutto normale. Avevo vissuto sulla luna per 72 ore e poi ero di nuovo nel mondo reale. È talmente incredibile che spesso mi chiedo se ho fatto quello che penso, se è successo davvero. Sono rimasto nel programma spaziale per 13 anni ed è stato come se qualcuno avesse tagliato quegli anni dalla mia vita e mi avesse messo in un mondo diverso – nel caso di Apollo 17 è stato letteralmente così – e poi mi avesse restituito di nuovo al mio mondo originale. È quasi come se avessi vissuto due vite diverse».

Gli astronauti sono delle persone speciali?

Cernan: «Siamo solo la punta della lancia, Armstrong, Shepard, Lovell e tutti gli altri, abbiamo rappresentato le persone che ci hanno inviato sulla Luna. È importante ricordare che tutti insieme siamo andati sulla luna. Ecco perché fino a quando ci saremo, andremo ancora in giro a raccontare la nostra avventura, perché abbiamo la responsabilità di ispirare le nuove generazioni».

Ciò che conta davvero è che le memorie di Eugene Cernan – con tutti i suoi pregi ma soprattutto tutti i suoi difetti, che lo rendono ancora più umano e forse più grande proprio perché non infallibile – siano ora disponibili anche per i lettori italiani.

E chissà se fra loro, come era solito dire il comandante Cernan, non ci sia già chi in futuro tornerà a lasciare le proprie impronte sul suolo lunare, o su altri mondi ancora più lontani.

Il traduttore del libro, (che ringrazio per i molti spunti) Diego Meozzi scrive: «qualche purista potrà infine obiettare che nel libro alcuni termini specialistici inglesi siano stati tradotti in italiano, scelta peraltro condivisa dall’ottimo revisore tecnico, Paolo Attivissimo, autore di Spazio Magazine e dell’apprezzato “Luna? Sì ci siamo andati!”».

Insomma, un libro che consiglio e che non può mancare sui vostri scaffali, perché leggerlo sarà come essere trasportati sulla Luna con il comandante Eugene “Gene” Cernan e l’equipaggio di Apollo 17.

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