Coelum Astronomia 230 - 2019 - Page 77

a volte si manifesta con l’espulsione nello spazio interplanetario di miliardi di tonnellate di plasma: è il caso delle CME che, nel loro complesso, sono tra i fenomeni più energetici del Sistema Solare. Queste nubi di plasma, viaggiano nello spazio a velocità tipicamente comprese tra i 200 e i 1000 km/s, e hanno origine dalle regioni attive del Sole, in corrispondenza delle macchie solari. La loro frequenza va da circa una alla settimana, durante i periodi di minimo, fino a diverse al giorno durante i periodi di massima attività solare. Molte spesso, ma non sempre, le CME sono associate ai brillamenti solari, che consistono in improvvisi aumenti di luminosità a tutte le frequenze, dalla banda radio fino ai raggi gamma, localizzate in piccole regioni sulla superficie del Sole. Durante i brillamenti, il plasma raggiunge temperature anche superiori ai 10 milioni di gradi e una luminosità che può superare quella della stessa corona.

Il meccanismo di base all’origine dei brillamenti e delle CME, ha rappresentato per anni un enigma per gli astrofisici, e tuttora molti suoi aspetti non sono compresi. Con ragionevole certezza il processo è da ricondursi alla riconnessione magnetica nella corona, durante la quale la

configurazione dei campi magnetici locali si modifica improvvisamente quando linee di forza con direzioni opposte vengono in contatto. In tal modo viene convertita l’energia magnetica immagazzinata nella corona, in energia cinetica di particelle cariche.

Ai suddetti fenomeni, oltre che ai fronti d’urto propagantisi delle CIR, sono legate le Particelle Energetiche Solari, con terminologia inglese Solar Energetic Particles o SEP, che consistono in protoni, elettroni e ioni ad altissima energia, che si propagano nello spazio interplanetario anche a velocità prossime a quella della luce. Sono proprio queste particelle le più temute per la salute degli astronauti nello spazio, in quanto difficili da

schermare e da prevedere con un anticipo superiore a un’ora, proprio a causa della velocità con cui si propagano.

È interessante notare come, dagli anni ‘90, il mito dei brillamenti quali protagonisti della meteorologia spaziale sia tramontato cedendo il posto alle CME. Le CME furono scoperte agli inizi degli anni ‘70, dal telescopio Orbiting Solar Observatory (OSO-7), e studiati in gran dettaglio con la Solar Maximum Mission nella seconda metà degli anni ‘80, e quindi dal coronografo Large Angle and Spectrometric Coronagraph (LASCO) a bordo delle sonde della missione SOHO, tuttora operativa dal 1996.

L’eredità di queste gloriose missioni è stata poi raccolta dalle missioni NASA STEREO e dalla Parker Solar Probe, con lo sguardo rivolto alla futura missione europea Solar Orbiter (SOLO, il cui lancio è previsto per il 2020).

Gradualmente ci si accorse che l’energia trasportata dalle CME e le modalità con cui interagivano con la magnetosfera terrestre, le promuoveva a principali artefici delle tempeste geomagnetiche più intense.

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Sopra. Un'Espulsione Coronale di Massa, ripresa la satellite SOHO, frutto della collaborazione tra ESA e NASA.