Coelum Astronomia 230 - 2019 - Page 7

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Sopra. La parabola da 305 metri dell’Osservatorio di Arecibo, di cui si vedono nell’immagine i ricevitori sospesi, era stata la prima – e finora l’unica – antenna a registrare un lampo radio veloce ripetitivo.

Crediti: Danielle Futselaa

Denominato FRB 180814.J0422+73, il nuovo lampo radio veloce ripetitivo è stato scoperto tra i 13 fast radio burst registrati in un periodo di tre settimane nell’estate del 2018, quando il radiotelescopio CHIME ha effettuato delle osservazioni di collaudo a una frazione della sua piena capacità operativa. La natura ripetitiva di FRB 180814 è stata poi confermata da ulteriori osservazioni condotte nelle settimane successive.

«Finora conoscevamo un solo FRB ripetitivo, ma sapere che ce n’è un altro suggerisce che ce ne potrebbero essere parecchi altri là fuori», commenta Ingrid Stairs dell’Università della British Columbia e della collaborazione CHIME. «Conoscendo un numero maggiore di sorgenti, ripetitive e non, potremmo essere in grado di comprendere dove si originano e cosa causa i lampi radio veloci».

Un’altra novità riguarda le frequenze molto basse a cui sono stati registrati i brevi impulsi. La maggior parte dei fast radio burst erano stati rilevati a frequenze attorno ai 1.400 MHz, ben al di sopra del campo di operatività tra i 400 e gli 800 MHz del radiotelescopio canadese. Al contrario, la maggior parte dei nuovi 13 lampi radio veloci sono stati registrati verso il limite inferiore di frequenza, con intensità tali da lasciare supporre che si possano rilevare tali eventi anche sotto il limite dei 400 MHz.

Infine, il fatto che il segnale di molti dei nuovi FRB scoperti presenti segni di dispersione (scattering), un fenomeno che fornisce indicazioni sull’ambiente circostante la sorgente di onde radio, porta gli autori dei nuovi studi a ipotizzare che alla base dei lampi radio veloci vi siano oggetti astrofisici potenti che si trovano in regioni con caratteristiche speciali.

«Queste regioni sarebbero all’interno di densi aggregati di materia, come un resto di supernova», spiega il membro del team Cherry Ng, dell’Università di Toronto. «O anche vicino al buco nero centrale di una galassia. Ma comunque dev’essere in qualche luogo speciale, per produrre tutta la dispersione che vediamo».