Coelum Astronomia 227 - 2018 - Page 64

Coelum Astronomia

64

Una lettera controversa

Tra i primi documenti di Galileo a finire sotto l’occhio dell’Inquisizione vi fu la lettera che il 21 dicembre 1613 lo scienziato scrisse a Benedetto Castelli, monaco benedettino, matematico, fisico e suo affezionatissimo discepolo. Castelli era grandemente considerato da Galileo, che ne parlava come «huomo adornato d'ogni scienza e colmo di virtù, religione e santità». Il corrispondente ideale con il quale Galileo poteva condividere non solo il suo pensiero scientifico, ma anche la sua personale visione dei Sacri testi.

Castelli, infatti, era sì un religioso ma, allo stesso tempo, anche un eccellente uomo di scienza. Proprio in quegli anni, anche con l’appoggio di Galileo, era stato nominato professore ordinario di matematica all’Università di Pisa e si stava dedicando al moto e alla dinamica delle acque correnti, studi per i quali viene considerato il fondatore dell’idraulica moderna. Oltre che nell’ambiente universitario pisano, la lettera di Galileo divenne ben presto molto famosa a Firenze e nel resto della Toscana e, all’epoca, se ne fecero molte copie. Il motivo è presto detto: Galileo cercava di dimostrare che la ricerca scientifica non doveva essere vincolata a quanto riportavano i Sacri testi, dato che il loro linguaggio doveva talvolta “accomodarsi all’incapacità del vulgo”. Per alcuni passi delle Sacre Scritture, insomma, si doveva andare al di là del testo, passando da una interpretazione letterale a una allegorica.

Non solo, dunque, ci troviamo di fronte a uno dei primi manifesti sulla libertà della ricerca scientifica, ma anche a una riflessione teologica sulle Scritture che non poteva certo passare inosservata. Il 7 febbraio 1615, infatti, il monaco domenicano Niccolò Lorini inoltrava una copia della lettera al cardinale Paolo Emilio Sfondrati, Prefetto della Congregazione dell'Indice a Roma, segnalando la necessità di valutarne il contenuto. Nella denuncia si sottolineava non solo che

Galileo sosteneva «che la Terra si move et il cielo sta fermo, seguendo le posizioni di Copernico», ma anche che «vogliono esporre le Sante Scritture a loro modo e contra la comune esposizione de' Santi Padri, e difendere opinione apparente in tutto contraria alle Sacre Lettere».

Qui, però, la vicenda si tinge di giallo: mentre tutte le copie della lettera a Castelli che sono state ritrovate sono molto simili tra loro, quella trasmessa da Lorini all’Inquisizione e conservata nell’Archivio Segreto Vaticano è molto più critica e contiene alcune espressioni teologicamente più forti rispetto a tutte le altre. Per esempio, mentre nella gran parte delle versioni si legge che la Scrittura «presenta talvolta delle proposizioni che sembrano distanti dal vero quanto al nudo senso delle parole», in quella di Lorini leggiamo che la Scrittura «ha delle proposizioni false quanto al nudo senso delle parole». È evidente come la prima versione sia notevolmente più sfumata rispetto alla seconda, molto più cruda, diretta e facilmente impugnabile dagli inquisitori.

Sopra. Il ritratto di Benedetto Castelli (1578 – 1643) conservato a Firenze, Galleria degli Uffizi. Dapprima studente di Galileo Galilei, quindi suo devoto amico e successore alla cattedra di Matematica dell’Università di Pisa.