Coelum Astronomia 226 - 2018 - Page 57

radiofaro per la localizzazione del modulo, cosa che consentirà il recupero entro i confini della regione australiana di Woomera, un territorio quasi disabitato a nord di Adelaide, dedicato a usi militari, che gli scienziati giapponesi hanno avuto il permesso di utilizzare.

L’SRC di Hayabusa2 è molto simile a quello atterrato con successo nel 2010, al termine della prima missione Hayabusa, al quale però è stato aggiunto un piccolo strumento, il REMM (Reentry Flight Measurement Module). Il suo scopo è quello di monitorare in tempo reale i principali parametri fisici dello SRC durante il rientro in atmosfera e la discesa, tramite un accelerometro a tre assi, un sensore di rotazione e ben tredici sensori di temperatura. Dotato di una batteria indipendente, tutti i dati raccolti saranno conservati in due memorie flash, il cui contenuto sarà analizzato uno volta che l’SRC sarà stato recuperato e disassemblato.

Bisogna tener presente, però, che l’SRC non dispone di alcun sistema di guida. Che

riesca ad atterrare proprio là dove le unità di recupero lo staranno aspettando, dipenderà solo dalla precisione con la quale Hayabusa2 sgancerà il modulo, una volta giunta ai confini dell’atmosfera terrestre. Se non si calcolano con assoluta precisione il punto d’impatto con l’atmosfera, l’angolo e la velocità d’ingresso, non è possibile poi sapere dove cadrà l’oggetto

proveniente dallo spazio. Ne abbiamo avuto di recente una prova, con la serie di febbrili anticipazioni di dove sarebbero potuti cadere i detriti della stazione orbitale cinese Tiangong-1. C’era un certo rischio che potessero precipitare almeno in parte sull’Italia, il che produsse uno stato di allerta dei militari e della protezione

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Sopra. Le varie fasi della discesa dello SRC, dal rilascio fino all’atterraggio. Crediti: JAXA/Michele Diodati