Coelum Astronomia 226 - 2018 - Page 39

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«La meteorologia in questi ultimi anni è entrata in una fase novella; essa non si occupa solo della climatologia, ma della fisica generale dell’atmosfera e delle correnti aeree e del giro delle burrasche. Lo scrivente si trovava in America all’epoca delle grandi scoperte di Maury. Egli vide i suoi metodi, e dalla sua bocca stessa raccolse le sue idee, e fu sua cura informarne al ritorno i suoi compatrioti ... Circa il medesimo tempo il Maury si recava in Europa, e a Bruxelles faceva una conferenza ove discutevasi un progetto di studi generali sui movimenti dell’atmosfera. Gli Stati non concorrevano ancora ufficialmente, ma progettavasi fin d’allora la coalizione telegrafica per lo studio delle burrasche. All’osservatorio del Collegio Romano si prese parte attiva a questo studio, e nel 1856 si otteneva dal Governo Pontificio l’istituzione di una comunicazione telegrafica quotidiana tra le principali città della Stato, Roma, Ancona, Bologna, Ferrara, che continuò parecchi anni. Intanto il Leverrier veniva organizzando tra varii Stati la corrispondenza meteorologica telegrafica internazionale, e noi non fummo lenti ad aderirvi, e si cominciò fin dal 1857 a lavorarvi intorno. Ogni mattina si spediva a Parigi il telegramma delle osservazioni fatte alle 7 antimeridiane colle altre informazioni richieste, e si continua anche oggidì a spedirlo non solo a Parigi, ma a Firenze e Pietroburgo... Le osservazioni raccolte dal Leverrier venivano poscia litografate e rinviate così raccolte agli osservatori. Fu su questi bullettini che all’osservatorio si studiarono da principio le leggi delle burrasche. Avendo noi fatto costruire delle carte mute d’Europa, su di esse si fecero tracciare dal giovane signor Serra-Carpi le curve isobariche ed isotermiche, si riuscì a riconoscere la direzione ben definita che hanno in generale le burrasche ben circoscritte di natura ciclonica, da N-W verso S-E e si riconobbero queste linee di corso così marcate, che quando un «pozzo», ossia una notabile depressione si presentava

nella Scozia, essa generalmente veniva difilata sull’Italia impiegando due o tre giorni ad arrivarvi: ma se essa erasi presentata più alta o più bassa, Roma non sentiva che gli effetti indiretti dei suoi contorni. Questi risultati forse contribuirono a fare che simili carte venissero poscia fatte costruire sistematicamente e pubblicate a Parigi dal Leverrier, che con quei mezzi che possiede una ricca nazione poté diffonderle, donde nacque la teoria dei preavvisi delle burrasche come ora si usa».

La chiarezza espositiva di Secchi è straordinaria e fornisce anche a un lettore moderno un quadro accurato di come egli promosse in modo originale una nuova branca della meteorologia previsionale. E fu tanto efficace, da indurre un personaggio notoriamente scorbutico e poco incline ad adottare metodi ed idee di altri, come appunto il saccente Leverrier, a riproporre, su scala europea, le sue carte meteorologiche.

Fu ancora lo studio delle correlazioni tra fenomeni vari che indusse il Padre Secchi a inventare il suo “Meteorografo”. Si trattava di un apparecchio destinato a registrare tutti i fenomeni meteorologici per mezzo di curve grafiche tracciate su delle tavole il cui movimento era regolato da un orologio.

Aveva due facce principali che servivano a registrazioni differenti: la prima registrava i dati del barometro, del termometro (sia secco sia umido) e dava gli orari delle piogge cadute nei ultimi due giorni. Sulla faccia opposta erano registrati la forza e la direzione del vento così come i dati del termografi metallico, mentre i dati del barometro e della pioggia degli ultimi dieci giorni vi erano ripetuti. In questo modo i riassunti finali di tutti i fenomeni atmosferici potevano essere raccolti in archivi.

di ben due giroscopi).

Tra le altre migliorie di Hayabusa2 va ricordata l’aggiunta di una seconda antenna per le comunicazioni con la Terra, operante nella banda Ka, cioè nelle frequenze tra 27 e 40 GHz, e l’implementazione di motori ionici più moderni e performanti, in grado di imprimere una spinta maggiore del 20% rispetto a quelli installati sulla prima Hayabusa.

Il corpo del velivolo è costituito da una struttura in lega di alluminio che misura 1,6 × 1,0 × 1,2 metri. Con i due pannelli solari estesi, Hayabusa2 misura complessivamente 6 metri. La massa a secco è di 490 kg, alla quale vanno aggiunti quasi 100 kg di propellenti.

La generazione di energia elettrica è garantita da due array di pannelli solari con una superficie totale di 12 m², per una potenza di 2.600 W di energia elettrica alla distanza di 1 unità astronomica dal Sole, che scende però a 1.400 W alla distanza corrispondente all’afelio di Ryugu.

L’energia prodotta dai pannelli solari è immagazzinata in una batteria agli ioni di litio da 13,2 Ah.

L’assetto di volo è mantenuto da due sensori stellari (star tracker), due unità di misura inerziale (IMU), quattro accelerometri e quattro sensori solari “coarse” (cioè, in inglese, grossolani) che, posizionati su quattro diversi lati del velivolo, hanno lo scopo di determinare la posizione del Sole con un grado di precisione sufficiente a puntare i pannelli solari nella giusta direzione. I giroscopi infine svolgono una funzione essenziale nell’attuare le correzioni di assetto spaziale che si rendono di volta in volta necessarie.

Per quanto riguarda la propulsione, la sonda è dotata di 12 razzi a propulsione chimica per le manovre occasionali, mentre il grosso della spinta nel viaggio di andata e ritorno tra la Terra e l’asteroide è affidato invece alla propulsione elettrica. Quattro motori ionici, progettati per garantire oltre 18.000 ore di esercizio, sono installati su un medesimo pannello sul corpo principale della sonda. Tre lavorano contemporaneamente combinando la loro spinta, mentre il quarto subentra in caso di fallimento di uno degli altri tre motori.

La sonda dispone anche di un’unità LIDAR (Light

Sopra. Alcuni degli innumerevoli dispositivi che fanno parte della dotazione di Hayabusa2.

Crediti: JAXA / Michele Diodati