Coelum Astronomia 225 - 2018 - Page 75

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raggiungere il rivelatore avevano attraversato l’intero globo terrestre. In assenza di oscillazione, invece, le due quantità avrebbero dovuto essere uguali: era una chiara indicazione che i neutrini si trasformavano durante la loro propagazione, ma in cosa? Forse in neutrini tauonici, che Super-Kamiokande non poteva rivelare e all’epoca non erano ancora stati osservati, o forse in neutrini di tipo sconosciuto, detti “sterili” perché non interagenti?

Un altro grande esperimento, anche questo posto sottoterra, a 2 km di profondità, aggiunse un altro tassello nel puzzle. Si tratta dell’esperimento SNO (Sudbury Neutrino Observatory), in Canada, che misurava neutrini provenienti dal Sole e dimostrò che il flusso totale che arrivava sulla Terra era quello atteso: i neutrini, quindi, non scomparivano prima di arrivare alla Terra, ma si trasformavano uno nell’altro.

Anche altri esperimenti confermavano l’oscillazione dei neutrini, ma sempre in modo indiretto, e mancava la prova definitiva: l’osservazione diretta dell’apparizione, all’interno di un fascio di neutrini di tipo noto, di neutrini di tipo diverso. Per questa ragione venne costruito l’esperimento OPERA (Oscillation Project with Emulsion-tRacking Apparatus), il cui rivelatore era posto nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, sotto 1.400 metri di roccia.

Come forse avrete notato, gli esperimenti che cercano di catturare neutrini hanno alcune caratteristiche in comune: spesso sono posti sottoterra, in modo da essere schermati dal flusso di raggi cosmici, che accecherebbe i rivelatori e non permetterebbe di osservare le rarissime interazioni dei neutrini, e sono estremamente grandi per massimizzare la probabilità che uno di questi interagisca e possa quindi essere rivelato.

La caratteristica luce azzurra visibile nei reattori nucleari dovuta all'effetto Cherenkov