Coelum Astronomia 225 - 2018 - Page 39

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presenza di acqua liquida, ma anche che l'acqua fosse a temperature molto inferiori a 0 gradi centigradi. Questo è possibile solo se essa contiene una quantità di sali molto superiore a quella degli oceani terrestri, la cui concentrazione e composizione chimica non può però essere determinata in maniera accurata a partire dai dati radar.

Questa scoperta si distingue dai passati ritrovamenti di acqua liquida sulla superficie di Marte, nelle quali essa costituisce una presenza temporanea dovuta allo scioglimento del permafrost marziano. In questo caso si tratta invece di acqua che è isolata dalle variazioni stagionali di temperatura e dalle radiazioni cosmiche che bombardano e sterilizzano la superficie di Marte, un ambiente stabile che probabilmente persiste per tempi di centinaia di migliaia o addirittura milioni di anni.

L'acqua è uno dei requisiti fondamentali per la vita come noi la conosciamo, e la sua scoperta identifica un potenziale habitat per la vita. Ci sono segni incontrovertibili della presenza di acqua liquida sulla superficie di Marte nel suo lontano passato, ma la sua minore gravità ha causato la progressiva perdita dell'atmosfera che contribuiva a mantenere un clima relativamente mite grazie all'effetto serra. Marte è così diventato l'arido deserto gelato di oggi, ma si ritiene che abbia mantenuto condizioni simili a quelle della Terra dei primordi per un tempo simile a quello entro il quale la vita si è sviluppata sul nostro pianeta.

La domanda fondamentale è quindi questa: la vita si è sviluppata anche su Marte, dato che a quanto sappiamo ve ne erano le condizioni? Al momento nessuno è in grado di creare la vita in laboratorio a partire dalle sostanze chimiche presenti sulla Terra quattro miliardi di anni fa, e resta ancora molto da scoprire sui processi che hanno portato all'emergere della vita sul nostro pianeta. Non sappiamo quindi se essa si manifesti spontaneamente non appena ve ne siano le condizioni, o se, al contrario, sia un processo raro

Sopra. Roberto Orosei, INAF Bologna, co-responsabile scientifico di Marsis e primo autore dello studio pubblicato su Science. Crediti: INAF.