Coelum Astronomia 224- 2018 - Page 111

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Sopra. La fotocamera stenopeica autocostruita dall’autore.

Sotto. L’autore con il set-up utilizzato per riprendere le foto della Luna presentate alla fine dell’articolo.

La formazione dell'immagine

Alla domanda: «Sapresti produrre l’immagine di un oggetto su uno schermo?», forse molti di noi risponderebbero: «Si, certamente: è sufficiente usare una lente».

Un nostro avo vissuto prima del 1600 non avrebbe probabilmente saputo rispondere, forse però un uomo di cultura avrebbe argomentato così: «Certamente: è sufficiente mettere davanti allo schermo un foglio di carta nera su cui è praticato un forellino, piccolo ma non troppo». Il riferimento è rivolto proprio alla tecnica della fotografia stenopeica, ossia il metodo più rudimentale per produrre l’immagine di un oggetto. Il termine deriva dal greco “stenos opaios” che significa appunto “foro stretto”.

Ma come funziona?

Come risulta evidente dalla Figura 1 a pagina 113 in basso, due sorgenti di luce distinte formano due immagini distinte, anche se invertite, sullo schermo (visto di profilo, a destra nello schema) poiché i raggi luminosi emessi da queste passano attraverso il forellino (al centro dell’immagine). Questo è proprio il principio per cui questo sistema riesce a formare un’immagine.

Se invece delle sorgenti di luce consideriamo un oggetto esteso, allora sullo schermo apparirà l’immagine, a testa in giù, di questo oggetto, solo un po’ sfocata poiché ogni punto dell’oggetto produce sullo schermo non un punto bensì una macchiolina luminosa.

Il primo e più grave problema da affrontare è proprio quello della nitidezza dell’immagine. È intuitivo capire che, aumentando le dimensioni del forellino, l’immagine di una sorgente puntiforme diventa sempre più grande e di conseguenza l’immagine di un oggetto diventa sempre più sfuocata.

Sarebbe allora meglio che il foro fosse piccolo. Se però si diminuisce “troppo” il diametro del foro,