Coelum Astronomia 224- 2018 - Page 105

A sinistra. L'ingegnere di volo Michael Hopkins della NASA esegue un test di imaging ad ultrasuoni dell'occhio nel laboratorio Columbus della Stazione Spaziale Internazionale durante la Expedition 37/38. L'astronauta Luca Parmitano dell'ESA lo assiste durante il test. Crediti: NASA

missioni di lunga durata sulla ISS.

La responsabilità di questo deficit visivo sarebbe in parte da attribuire alle variazioni di pressione nel cervello e nel liquido spinale causate dall’assenza di peso. Il confronto tra le risonanze magnetiche pre e post volo – del cervello e dell’orbita oculare di sette astronauti coinvolti in lunghe missioni sulla ISS e di nove astronauti partecipanti a brevi missioni a bordo dello Space Shuttle – ha chiaramente messo in mostra l’appiattimento del globo oculare e la protrusione del nervo ottico, accompagnate da aumenti del volume del liquido cerebrospinale e del liquido interstiziale del tessuto cerebrale.

Anche per simili disturbi si è notato che, al rientro dallo spazio, i problemi di più lieve entità si risolvono da soli col passare del tempo e con un tonificante periodo di riposo. Inevitabilmente, però, sono gli astronauti coinvolti in missioni di maggiore durata quelli che presentano i cambiamenti più gravi e destano dunque maggiore preoccupazione.

Non è affatto da sottovalutare il fatto che molti astronauti abbiano dichiarato che il peggioramento della vista si è protratto anche per molti anni dopo il loro ritorno a Terra. Il timore, insomma, è che i danni indotti da permanenze prolungate nello spazio possano compromettere seriamente la vista degli astronauti.

Prima di concludere è necessario aggiungere ancora un tassello a questo quadro. Un ulteriore problema che, benché riguardi un ambito molto importante, finora è stato poco considerato, tanto che le ricerche a riguardo sono decisamente nuove. Mi sto riferendo agli studi sul meccanismo della regolazione della temperatura dell’organismo umano nello spazio condotti dal team di ricercatori dell’Ospedale universitario della Charité di Berlino coordinato da Hanns-Christian Gunga.

In uno studio pubblicato lo scorso novembre su Nature – Scientific Reports i ricercatori hanno confermato un sospetto che emergeva dai racconti degli astronauti, cioè che tra le conseguenze di una prolungata permanenza nello spazio dobbiamo mettere anche un anomalo e persistente innalzamento della temperatura corporea.

Dai dati raccolti è emerso che, nel corso di missioni spaziali di lunga durata, la temperatura degli astronauti a riposo si mantiene costantemente al di sopra dei 37°C, mentre durante le previste attività fisiche supera la soglia dei 39°C (in qualche caso ha superato anche i 40°C). Una situazione estremamente delicata, visto che per garantire che le capacità fisiche e mentali di un individuo siano ottimali è indispensabile che la temperatura che caratterizza il cervello e gli organi interni (la

www.coelum.com

105