Coelum Astronomia 224- 2018 - Page 102

ricercatori, le cellule colpite e danneggiate dalla radiazione trasmetterebbero segnali alle cellule circostanti modificando i microambienti dei tessuti. Il grosso guaio è che questi segnali sembrano indurre le cellule sane a mutare, causando così tumori aggiuntivi. Questo comporta che, impiegando nella valutazione del rischio-tumore per un astronauta un modello che tenga conto di questo effetto a cascata, otteniamo valori doppi rispetto ai modelli che considerano soltanto le cellule direttamente colpite dalla radiazione.

Per quanto le agenzie spaziali l’abbiano da sempre tenuto sotto controllo, insomma, il pericolo delle radiazioni è ben lungi dall’essere disinnescato. Non solo è necessario rivedere gli attuali parametri di valutazione del rischio, ma è assolutamente irrinunciabile individuare e sviluppare contromisure efficaci. L’alternativa, non meno semplice, potrebbe ovviamente essere quella di diminuire l’esposizione alle radiazioni ionizzanti diminuendo in modo significativo la durata del viaggio. Allo stato attuale, vi sono già serie alternative alla propulsione chimica – basti pensare, per esempio, alla propulsione ionica impiegata con successo nella missione Dawn – ma per la disponibilità di propulsori adeguati a una missione umana per Marte i tempi non sono ancora maturi.

I guai della microgravità

Il pericolo connesso alla presenza delle radiazioni ionizzanti è forse il più noto, ma gli astronauti devono fare i conti anche con altre fonti di rischio per il loro organismo. E non è affatto detto che gli effetti che possono indurre siano meno preoccupanti.

Tutti noi, almeno una volta, abbiamo visto le riprese del rientro a Terra dei cosmonauti al termine di una missione sulla Stazione spaziale, e tutti abbiamo certamente notato l’estrema difficoltà degli astronauti nel compiere anche i più usuali movimenti, quale il camminare, l’alzarsi o il sedersi. Sappiamo che si tratta di una disabilità temporanea, destinata a sparire in breve tempo una volta tornati a Terra, ma sappiamo anche che alla sua origine vi è la situazione di microgravità sperimentata nel corso della missione spaziale. Il nostro organismo, abituato sul nostro pianeta a dover competere con la forza di gravità fin dalla nascita, ha per questo scopo sviluppato un’adeguata struttura scheletrica e muscolare. Nel momento in cui viene meno tale necessità – per esempio a bordo della Stazione spaziale – è inevitabile che l’organismo si adegui alle nuove condizioni ambientali e quanto osserviamo negli astronauti al loro rientro ne è la diretta conseguenza.

Sappiamo anche da tempo che un minor utilizzo del sistema muscolare porta inevitabilmente a una perdita di massa nei muscoli – un’atrofia che neppure gli esercizi fisici ai quali costantemente si sottopongono gli astronauti riescono a impedire – ed è altresì noto l’insorgere di alterazioni nella stessa composizione delle fibre muscolari. Si tratta di due importanti e preoccupanti conseguenze per il sistema muscolare, in grado di rendere particolarmente problematici i lunghi periodi vissuti in condizioni di microgravità.

A tal proposito, per esempio, sono ancora tutte da valutare le possibili conseguenze per il cuore. Nello spazio, non solo il carico di lavoro del muscolo cardiaco è inferiore, il che lo può portare a perdere massa, ma si è osservato che il cuore cambia anche la sua stessa forma. Una ricerca condotta nel 2014 da James Thomas, medico della NASA, su 12 astronauti a bordo della ISS, ed eseguita con strumenti a ultrasuoni, ha dimostrato che dopo 6 mesi di permanenza nello spazio il loro cuore era diventato più sferico del 9,4%. Una deformazione anche questa temporanea (tornati a Terra il cuore riprende la forma consueta), ma le cui possibili ricadute per la salute degli astronauti ci sono ancora del tutto sconosciute.

Coelum Astronomia

102