Coelum Astronomia 223 - 2018 - Page 48

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disco popolato da un incalcolabile numero di stelle. Ma, dalla Terra, non era possibile mettere ordine in quell’apparente caos di puntini luminosi: senza un modo efficiente per ricavare le distanze di tutte quelle stelle, ogni cosa appariva appiattita contro la volta celeste, per la mancanza di un punto di vista diverso dal quale osservare lo spettacolo del cielo. Il metodo della parallasse funzionava, ma solo per poche stelle particolarmente vicine, individuate grazie all’elevato moto proprio.

L’astrometria, cioè quella branca dell’astronomia che si occupa di misurare la posizione e la distanza delle stelle, era fortemente ostacolata dalla presenza di tali limiti. Non solo, infatti, gli angoli di parallasse erano minuscoli, ma la loro misurazione era resa estremamente difficoltosa dal filtro distorcente creato dall’atmosfera terrestre.

Un passo in avanti davvero importante nelle conoscenze astrometriche si ebbe solo quando fu finalmente possibile compiere le misurazioni degli angoli di parallasse al di fuori del filtro atmosferico. L’impresa fu compiuta tra il 1989 e il 1993 dal satellite Hipparcos dell’agenzia spaziale europea ESA, dotato di un telescopio da 29 cm.

Dopo anni di attenta elaborazione dei circa 125 gigabyte di dati prodotti da Hipparcos, l’ESA pubblicò due cataloghi di fondamentale importanza per la comunità astronomica:

- il catalogo Hipparcos, pubblicato nel 1997,

contenente, oltre a dati fotometrici sulla magnitudine, anche la posizione, la distanza e il moto proprio di 118.218 stelle con una precisione di 0,001 secondi d’arco, cioè 1 millesimo di secondo d’arco;

- il catalogo Tycho-2, pubblicato nel 2000,

contenente dati analoghi su una popolazione di oltre 2,5 milioni di stelle, ma con una precisione leggermente inferiore su posizioni e distanze: 0,060 secondi d’arco in media, che però aumentava a 0,007 secondi per le stelle più brillanti della 9ª magnitudine.

Il progresso reso possibile dal satellite Hipparcos fu davvero straordinario. Si conosceva ora la distanza di quasi tutte le stelle più vicine alla Terra con una precisione strabiliante: 1 millesimo di secondo d’arco, corrispondente alla capacità di scorgere una pallina da tennis dalla distanza di 13.800 km!

È dalla constatazione di questa perdurante ignoranza che nasce la missione Gaia, approvata dall’ESA nel 2006. Il nome era in origine GAIA, tutto in maiuscolo, perché acronimo di Global Astrometric Interferometer for Astrophysics. Ma l’acronimo fu presto abbandonato e restò il nome “Gaia”.

Ma, a ben vedere, Hipparcos aveva solo grattato la superficie di un muro di ignoranza. La nostra galassia, la Via Lattea - solo una tra i circa 2.000 miliardi di galassie dell’universo osservabile -, è un’immensa struttura che si estende per 100.000 anni luce e contiene, a seconda delle stime, tra 100 e 400 miliardi di stelle. Anche con i cataloghi di Hipparcos, gli astronomi possedevano le misure essenziali solo di una frazione irrisoria delle stelle della nostra galassia

Il nuovo satellite dell’ESA fu lanciato il 19 dicembre 2013 dalla base spaziale di Kourou nella Guiana Francese. Forte di due decenni di progressi tecnologici, la missione partiva con l’intento di polverizzare letteralmente il record di misurazioni astrometriche stabilito da Hipparcos.

Gli obiettivi scientifici di Gaia sono in effetti straordinari: il catalogo finale, che è atteso per la fine del 2022, dovrebbe contenere i parametri astrometrici, fotometrici e spettroscopici di quasi 2 miliardi di stelle, più o meno 1/100 dell’intera

Sopra. Il logo della missione Hipparcos dell’ESA.