Coelum Astronomia 222 - 2018 - Page 45

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Settecento già si era aperto un interessante dibattito proprio sulla natura della Nebulosa di Andromeda.

Nel 1750 l’astronomo inglese Thomas Wright (1711-1786)

aveva pubblicato a Londra il suo libro An original theory or new hypothesis of the Universe, un’opera in cui suggeriva che l’aspetto della Via Lattea fosse dovuto a un effetto ottico legato al fatto di trovarci immersi in una struttura piatta composta da innumerevoli stelle, un immenso disco rotante in cui trovavano posto la Terra, il Sole, i pianeti, le stelle e gli altri oggetti celesti. Il grande filosofo prussiano Immanuel Kant (1724-1804) fu talmente impressionato da quella teoria che la impiegò quale punto di partenza per giungere a formulare la sua ipotesi dell’esistenza di altre galassie come la Via Lattea. L’idea di Kant era che alcune di quelle deboli nebulose che punteggiavano il cielo potessero essere sistemi stellari in tutto simili alla nostra Via Lattea, veri e propri Universi come quello costituito dalla nostra galassia, isole sperdute nel mare del Cosmo.

L’idea delle galassie come Universi Isola nasce dunque in questo periodo. Qualche anno più tardi ci avrebbero pensato le magistrali osservazioni astronomiche di William Herschel (1738-1822) e le sue scoperte di numerose altre nebulose a dare ulteriore peso alla brillante intuizione di Kant, la cui consacrazione definitiva, però, sarebbe giunta solamente molto più tardi.

Ovviamente, non tutti la pensavano così. Pierre-Simon Laplace (1749-1827), per esempio, considerava le nebulose come la prova evidente della cosiddetta teoria nebulare, lo scenario inizialmente suggerito per la formazione delle stelle e dei pianeti dallo stesso Kant nel 1755 (Storia universale della natura e teoria del cielo) al quale lo scienziato francese diede la veste matematica che gli mancava. Per Laplace, insomma, quelle misteriose nebulose altro non erano che sistemi stellari in formazione, veri e propri vivai di stelle. L’idea era sostenuta anche dallo stesso Herschel, che considerava le differenti nebulose come diversi stadi del collasso gravitazionale di una o più stelle dal gas circostante.

In quel Secolo dei Lumi, però, una discreta parte degli astronomi sembrava più interessata ad altri lattiginosi batuffoli celesti. Complice la grande risonanza delle previsioni di Edmond Halley sul ritorno nel 1758 della grande cometa che poi porterà il suo nome, molti strumenti erano dedicati a scrutare il cielo alla ricerca di nuovi astri chiomati. Una ricerca delicata, nella quale gli abbagli erano sempre in agguato appena dietro l’angolo. Fu proprio uno di questi pazienti e instancabili cacciatori celesti che, probabilmente stanco di scambiare per una nuova cometa una di quelle piccole nebulose che costellavano il cielo, decise di stilare un apposito catalogo. La prima versione della sua particolarissima lista di possibili abbagli, il cui nome originale era Catalogue des nébuleuses et des amas d'étoiles, Charles Messier (1730-1817) la pubblicò nel 1774 e comprendeva 45 oggetti. Nelle edizioni

successive il catalogo si arricchì di altri oggetti e,

nella versione finale pubblicata nel 1781, comprendeva i 110 oggetti ben noti ancora oggi agli appassionati che scrutano il cielo.

Sopra. Charles Messier (1730-1817).