Coelum Astronomia 222 - 2018 - Page 44

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Coelum Astronomia

Fastidiosi abbagli

Le prime annotazioni relative a una galassia possiamo trovarle nel Libro delle stelle fisse, l’accurata opera scritta in arabo con cui, intorno al 964, l’astronomo persiano 'Abd al-Rahman al-Sufi (903-986) provava a riunire le conoscenze astronomiche presenti nell’Almagesto di Tolomeo con quelle raccolte dalla ricca tradizione degli astronomi arabi (ne abbiamo parlato anche nell’articolo “I Nomi delle Stelle” di Stefano Schirinzi, pubblicato su Coelum Astronomia 221). È in quest’opera che al-Sufi parla sia della Grande Nube di Magellano, che chiama “Bue bianco”, sia della galassia di Andromeda, che descrive come una piccola nube. Assolutamente nessuna idea sulla loro natura: perché qualcosa si muovesse in tal senso bisognava attendere il 1609 e la fantastica intuizione di Galileo Galilei (1564-1642) di puntare verso il cielo quel giocattolo inventato dagli occhialai olandesi di Middelburg assemblando opportunamente le lenti da loro fabbricate.

Impossibile, vista la scarsa potenza dello strumento, riuscire a distinguere nella nube lattiginosa di Andromeda le singole stelle. Puntato verso la fascia della Via Lattea, però, mostrò a un sorpreso Galileo «un ammasso di innumerevoli stelle disseminate a mucchi, tanto che, in qualunque parte di essa si diriga il cannocchiale, si offre subito alla vista un grandissimo numero di stelle, molte delle quali appaiono grandi e ben distinte, mentre la moltitudine delle piccole è del tutto inesplorabile» (Sidereus Nuncius – 12 marzo 1610). Veniva di fatto confermata l’ipotesi espressa da Anassagora intorno al 450 a.C., e ripresa da Democrito cinquant’anni dopo di lui, che la Via Lattea fosse una scia di stelle molto distanti. Un’idea che, molti secoli più tardi, venne suggerita anche dall’astronomo e matematico persiano Abu Rayhan al-Biruni (973-1048).

Per quanto scarsi, gli ingrandimenti di cui disponeva il cannocchiale di Galileo erano comunque sufficienti a mostrare come anche altre nubi evanescenti fossero in realtà composte da astri dei quali, osservando a occhio nudo, neppure si sospettava l’esistenza. Questa scoperta e il dato innegabile che la nebulosità della Via Lattea fosse dovuta a miriadi di stelle fecero sì che, per gli astronomi di quel periodo, tutti quanti gli oggetti celesti di aspetto nebulare dovessero essere necessariamente costituiti da stelle.

Non ci si deve dunque stupire se Giovanni Battista Hodierna (1597-1660), eccellente astronomo siciliano, fosse profondamente convinto che tutti gli oggetti nebulari che si potevano osservare, compresa la Nebulosa di Andromeda, avrebbero prima o poi mostrato la loro natura di aggregazione stellare. Si trattava di poter disporre di uno strumento sufficientemente potente. Non è un caso, dunque, che la sua classificazione delle Nebulae in tre classi (Luminosae, Nebulosae e Occultae) risenta sostanzialmente del loro grado di risolvibilità in singole stelle.

L’osservazione di quelle elusive macchie biancastre, complice la strumentazione disponibile, non era certo al primo posto negli interessi degli astronomi. Eppure, a metà

Sopra. Ritratto di Giovanni Battista Hodierna (1597-1660).