Coelum Astronomia 221 - 2018 - Page 70

Tenere a mente centinaia di nomi propri è per i più terribilmente difficile, occorreva quindi un sistema più logico. Il merito di averlo escogitato, attorno al 1600, va all’astronomo e giurista tedesco Johann Bayer e alla sua Uranometria pubblicata nel 1603, il più grande atlante stellare pre-moderno: egli istituì un sistema di assegnazione di lettere greche alle stelle (costituito da una lettera minuscola seguita dal nome genitivo della costellazione) solitamente assegnate alle stelle nell’ordine della loro luminosità all’interno della costellazione di appartenenza: α alla stella più luminosa, β alla seconda e via dicendo. A ben guardare i moderni atlanti celesti sarà facile notare come la regola della luminosità sia contraddetta da numerose eccezioni, forse conseguenza di misurazioni errate e altre irregolarità, ma anche in quanto il Bayer smembrò alcune costellazioni cosicché talune stelle di una finirono entro i confini dell’altra, e non solo... Per le stelle del Carro, ad esempio, l’ordine prescelto è quello da destra a sinistra anziché quello della magnitudine crescente. Altre sequenze, invece, sfidano la logica: la β del Cane Maggiore, ad esempio, non è affatto la seconda stella più luminosa di quella costellazione; uno dei tanti. Il sistema adottato da Bayer sopravvive tutt’ora, con le stelle più luminose indicate solitamente dai rispettivi nomi propri e quelle più deboli indicate dalle lettere greche. Finché, naturalmente si arriva all’ultima lettera, la ω.

Una volta esaurite le lettere greche minuscole, Bayer estese il suo sistema adottando le lettere romane maiuscole che però, quasi 200 anni dopo, vennero sostituite con dei numeri dall’astronomo inglese John Flamsteed, sistema ancora oggi comunemente impiegato. Costui, incaricato dalla Corona inglese nel mettere a punto una precisa mappa stellare utile alla navigazione, operando dall’Osservatorio di Greenwich, elencò le stelle in ciascuna costellazione andando da ovest verso est, seguendo la loro ascensione retta. Le stelle furono poi numerate, forse da Isaac Newton e da Edmond Halley il quale, sembra, si impadronì di una prima versione del catalogo di Flamsteed facendolo andare su tutte le furie! L’atlante di Flamsteed venne pubblicato postumo, nel 1725, oggi è però noto come i numeri di Flamsteed non furono effettivamente assegnati da lui stesso ma da un astronomo francese, Jérôme Lalande, in un’edizione francese del catalogo di Flamsteed pubblicato nel 1783.

Ma anche il catalogo di Flamsteeed alla fine riuscì a coprire solo un esiguo numero di stelle, quelle essenzialmente visibili fino al limite fisiologico dell’occhio nudo. Fu nel 1822, quasi tre secoli dopo l’esempio di Piccolomini, che l’astronomo tedesco Karl Ludwig Harding, nel suo Atlas Novus Coelestis, soppresse anche semplici allineamenti schematici che ricordavano le antiche figure mitologiche: nelle 27 carte di questo atlante figurano 40.000 stelle, ben più delle poche migliaia visibili a occhio nudo.

In seguito, l’osservazione telescopica, permise di catalogare centinaia di migliaia di stelle con coordinate sempre più precise. Successivi cataloghi estesero le stelle riportate in sempre maggior numero, definendo le stelle con una sorta di sigla che equivale al loro “indirizzo” sulla volta celeste, dettata dalle coordinate di Ascensione Retta e Declinazione. Non più nomi propri né posizioni “immaginarie”, quindi. In seguito, vennero introdotti altri sistemi di catalogazione per le stelle luminose ma che non videro lo stesso livello di popolarità dei precedenti. Uno di questi, l’Uranometria Argentina, pubblicata nel 1879 dall’astronomo americano Benjamin Apthorp Gould, assegnava una designazione “a lettere”, detta “di Gould” a tutte le stelle luminose entro 100 gradi del Polo Sud celeste, similmente a quanto Flamsteed aveva precedentemente fatto per l’emisfero settentrionale, ma solo una manciata di stelle sono sopravvissute a tale schema (ad esempio, 38G Puppis).

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Una questione pratica