Coelum Astronomia 221 - 2018 - Page 68

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tradizionale delle popolazioni musulmane, da egli definito “indigeno-arabo” mentre il secondo è la tradizione scientifica arabo-islamica, che egli definisce “scientifico-arabo”.

Attraverso le traduzioni arabe, i nomi greci filtrarono così di nuovo in Europa, dove furono ritradotti in latino da persone che della lingua araba ne sapevano evidentemente ben poco, con l’ovvio risultato che molti di questi nomi furono fraintesi o malamente tradotti. Quando i testi arabi furono tradotti in latino, a partire dal XII secolo, la tradizione araba dei nomi di stelle fu quindi trasmessa al mondo latino, tuttavia, ciò accadde spesso in una forma altamente corrotta che ne modificava il significato o, in casi estremi, generò parole senza alcun significato. Altri nomi furono erroneamente trasferiti da una stella all’altra, in modo che un nome potesse anche riferirsi a una diversa costellazione (greca o araba) piuttosto che a quella della residenza reale della stella. Quanto a noi pervenuto è certo un miscuglio di nomi indiscutibilmente arabi e di altri che invece “suonano” arabi (spesso iniziando con l’articolo el o al) ma che non trarrebbero in inganno nessun arabo, né antico né moderno.

In cima alla scala di comprensibilità è Deneb che significa coda. Il cielo ospita un gran numero di stelle “coda” come la Deneb del Cigno, la Deneb Algedi del Capricorno o la Deneb Kaitos del Mostro Marino. Ci sono poi nomi che derivano da contrazioni, come Rigel, di espressioni che originariamente significavano “la mano”, “il ginocchio” ecc. Qualche senso tali nomi ce l’hanno, ma presi a sé stanti sono intelligibili. In fondo alla scala, invece, ci sono nomi come quello di Albireo, ricavati da altri termini e inequivocabilmente storpiati in modo che suonassero arabi.

Uno di coloro che hanno lasciato un’influenza indelebile sull’osservazione e lo studio delle stelle è l’astronomo persiano Abu al-Husayn ‘Abd Al-Rahman al-Sufi (903-986), che revisionò sistematicamente l’Almagesto di Tolomeo

Sopra. Una pagina de “Il libro delle stelle fisse” dell’astronomo persiano Al-Sufi in cui si riconosce la figura dell’Orsa Maggiore.

Sotto. Alessandro Piccolomini (1508–1579).