Coelum Astronomia 221 - 2018 - Page 115

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Ora uno studio pubblicato su Science Advances, di cui Liz MacDonald è la prima autrice, riporta le osservazioni terrestri e spaziali del fenomeno, osservato per la prima volta anche dai satelliti Swarm dell’ESA. I risultati confermano che non si tratta di una normale aurora. Le osservazioni mostrano che Steve è associato a un flusso molto forte di particelle cariche nella ionosfera ma interessa strati più bassi dell’atmosfera, che lo rendono visibile a latitudini inferiori. «Steve può aiutarci a capire in che modo i processi chimici e fisici che avvengono nella parte superiore dell’atmosfera terrestre possono talvolta avere effetti locali evidenti nelle parti inferiori dell’atmosfera stessa, fornendoci una buona visione di come il sistema terrestre funzioni nel suo complesso», ha affermato la MacDonald.

L’unicità di Steve risiede in alcuni dettagli: mentre il processo di creazione su larga scala è lo stesso di quello di un’aurora, Steve percorre linee del campo magnetico terrestre diverse rispetto all’aurora. Tutte le immagini e i video raccolti mostrano che Steve appare a latitudini molto più basse. Ciò significa che le particelle cariche che creano Steve si collegano a linee di campo magnetico che sono più vicine all’equatore terrestre, ed è per questo che Steve viene spesso visto anche nel Canada meridionale. Forse la sorpresa più grande è apparsa nei dati satellitari,

dai quali si evince che Steve è originato da un flusso di particelle estremamente calde che si muovono rapidamente, chiamate SAID (Sub Auroral Ion Drift, deriva sub aurorale di ioni). Gli scienziati stanno studiando queste particelle dal 1970, ma non pensavano che avessero una controparte ottica. I satelliti Swarm hanno

registrato informazioni sulle velocità e le temperature delle particelle cariche, ma non avendo imager a bordo, non hanno potuto scattare foto dall’alto.

Steve è una scoperta importante per la sua posizione nella zona sub aurorale, un’area di latitudine inferiore rispetto a quella in cui appare la maggior parte delle aurore che non è ancora ben studiata. Grazie a questa scoperta, gli scienziati ora sanno che avvengono processi chimici sconosciuti che si svolgono nella zona sub aurorale che possono portare a questa peculiare emissione di luce. Inoltre, Steve appare costantemente in presenza di aurore, che di solito si verificano in una zona di latitudine più elevata. Steve potrebbe essere l’unico indizio visibile in grado di dimostrare una connessione chimica, o fisica, tra la zona aurorale di latitudine più alta e la zona sub aurorale a latitudine inferiore.

Insomma, è come se l’aurora polare e Steve fossero gusti diversi di gelato, ha suggerito con una metafora la MacDonald: hanno la stessa origine, le particelle cariche del Sole che interagiscono con le linee del campo magnetico terrestre, ma di fatto non sono esattamente la stessa cosa.

Sotto. L’aurora Steve. Crediti: Nasa Goddard/Megan Hoffman