Coelum Astronomia 220 - 2018 - Page 71

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problema. Se il passato è molto remoto, invece, allora i problemi nascono perché della figura che ci si manifesta – e soprattutto del suo contesto storico – potremmo non conoscere nulla o quasi. Senza contare che, a distanza di tanto tempo, alcune informazioni possono essere andate perdute: un vaso acquistato ieri è probabilmente ancora integro e lucido; un vaso etrusco appare probabilmente logoro, sbiadito, spezzettato. Da studiare e ricomporre, in pratica.

Alzando gli occhi al cielo vediamo fotoni, messaggeri di luce, che hanno lasciato l’astro di appartenenza centinaia o migliaia di anni fa e, partendo dalla radiazione che osserviamo oggi, cerchiamo di comprenderne le caratteristiche per poi estendere queste conoscenze verso l'evoluzione stellare nella nostra Via Lattea, la distribuzione di materiale all'interno della stessa e tanti altri aspetti. Apriamo il libro e iniziamo a sfogliare le pagine dell’universo.

Se il compito fosse quello di comprendere l'evoluzione dell'intero universo, però, non ci basterebbe tornare indietro di migliaia di anni ma occorrerebbe risalire a un tempo in cui l'universo era giovanissimo, appena nato, in un viaggio fatto di 13 miliardi di anni e più (soltanto poco tempo fa una galassia è balzata agli occhi in una immagine di Hubble e Spitzer, evidenziando una distanza di 13,3 miliardi di anni luce - American Astronomical Society Meeting, 13 gennaio 2018, Brett Salmon et al.).

Anche se all’epoca le stelle esistevano già, non possiamo trovarne di tanto brillanti da mostrarsi a noi, singolarmente, da distanze simili ma ci sono oggetti che, proprio a causa dell'enorme distanza, ci appaiono "quasi stellari", apparentemente quasi puntiformi pur non essendolo affatto. Proprio questa caratteristica ha portato a battezzare tali oggetti come quasar (sorgente "quasi stellare") nei primi anni ‘60: corpi celesti talmente luminosi da poter essere osservati anche a distanze di numerosi miliardi di anni luce, attraverso fotoni portavoce di una radiazione talmente elevata da essere spiegabile soltanto con processi ad altissima energia. E qui sta il bello di cui si diceva all’inizio: per giustificare questa enorme energia e cercare di risolvere i misteri legati alla formazione delle galassie e all'evoluzione dell'universo si deve tirare in ballo uno degli oggetti più misteriosi e affascinanti dell'universo, il buco nero. Buchi neri dei quali, sebbene ampiamente accettati all’interno del quadro della Relatività Generale, non abbiamo

A destra. Allan Sandage nel 1987 davanti allo storico Hook Telescope di Mount Wilson, il telescopio che permise a Hubble di intravvedere i primi segni dell’espansione cosmica che poi lo stesso Sandage contribuì a teorizzare.

La scoperta dei Quasar

I primi quasar furono scoperti con radiotelescopi all'inizio degli anni sessanta da Allan Sandage ed altri studiosi. Il primo spettro di un quasar, che rivelò numerose linee di emissione (come le già note galassie di Seyfert), dalle quali si misurò il caratteristico spostamento verso il rosso, fu ottenuto da Maarten Schmidt nel 1963.