Coelum Astronomia 215 - 2017 - Page 79

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professor Horn che, preciso come i suoi orologi da marina, scendeva le scale per andare a pranzo. Al cortese saluto Jacchia fece seguire un: «Ha sentito professore?» – «Che cosa?», fu la risposta. E Jacchia: «i Russi hanno lanciato un satellite artificiale!» Breve pausa, poi Horn, lentamente, con la sua voce profonda replicò: «... e lei crede alle balle che raccontano i Russi?!».

Il secondo episodio è ancor più significativo. Lo descrisse lo stesso Jacchia al suo ritorno in Italia dagli Stati Uniti, l’anno successivo. Disse che al suo ritorno negli Stati Uniti, dopo l’imprevisto lancio dello Sputnik, trovò tutto l’ambiente sconvolto e in un stato di affannosa eccitazione. Il primo impegno era quello di seguire l’orbita di quel minuscolo nuovo corpo celeste per capirne il comportamento e utilizzare anche l’esperienza altrui a pro degli imminenti lanci statunitensi. Ma ciò che lo sbalordì fu soprattutto entrare in una vasta sala dello Smithsonian, dove normalmente operava un gran numero di tecnici e impiegati: la sala era stata totalmente svuotata da scrivanie e macchine da scrivere (allora non esistevano ancora i computer da tavolo) e occupata da un immenso tavolo centrale. Su quel tavolo era una distesa di grandi mappe geo-topografiche, attorniate da persone che – parole testuali – «con lunghi righelli cercavano di tracciare la possibile orbita dello Sputnik...».

Sopra. Lo schema della disposizione a cui si dovevano assoggettare gli osservatori dei primi passaggi al meridiano dello Sputnik 1.