Coelum Astronomia 213 - 2017 - Page 91

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previsione. Ed ecco che in un luogo che, sulla carta, offriva buone speranze, al momento della totalità (che, in effetti, dura pochi momenti) il cielo è nuvoloso, o piove, o soffia un terribile vento. E saltano così il lavoro preparatorio fatto in casa (molti mesi) per l’approntamento degli strumenti in funzione del problema che si vorrebbe affrontare, le prove e le riprove, la risoluzione dei problemi legati al trasferimento delle apparecchiature nel luogo prescelto per le osservazioni, la costruzione in loco di un piccolo osservatorio (gli strumenti vanno posti in sede – costruzione di muretti o simili ben stabili, orientamento degli strumenti, determinazione precisa della latitudine, costruzione dei ripari) e l’approvvigionamento di quanto occorre alle persone per vivere. Si gioca una notevole posta su qualche minuto di bel tempo!

In genere va male. Ma per un’eclisse ci sono molti gruppi di osservazione sparpagliati lungo la fascia di totalità e a qualcuno va bene. Poi, fortunatamente, la comunità astronomica è, appunto, una comunità e prima o poi tutti possono trarre beneficio dai risultati ottenuti dai “fortunati”. Ma si spera sempre di essere uno di questi!

Arcetri, Firenze - 15 febbraio 1961

Sopra. Il percorso del cono d’ombra in occasione dell’eclisse di Sole del 15 febbraio 1961.

La mia prima eclisse fu quella del 15 febbraio 1961. Tra l’altro avere un’eclisse totale di Sole sul colle di Arcetri nel giorno della nascita di Galileo Galilei è quasi da non credere. A Firenze, comunque, il 15 febbraio per quanto riguarda l’aspetto meteorologico non è un gran giorno, di solito, qui, la situazione è ben descritta dalla parola “tempuccio”, una cosa insomma che non è né bella né brutta, senza infamia e senza lode, può non piovere, ma se non piove ci sono foschie che fanno triste il paesaggio, il Sole è smorto e pallido e alle 7 e 37 (ora della centralità dell’eclisse) fa anche freddo. Ma in quel

particolare 15 febbraio il cielo era sereno, di un bell’azzurro da far invidia agli azzurri primaverili. Data l’ora, però, il Sole era ancora basso sull’orizzonte, a soli 12° 43’ d’altezza, e qualche bruma mattutina era nella logica delle cose. Alla torre solare sarebbe stato osservato lo spettro della fotosfera e della cromosfera, al bordo dove

sarebbe avvenuto il secondo contatto; i telescopi sarebbero stati dedicati alla fotografia della corona interna e a fotografie del Sole con un filtro interferenziale. Io, con la giovane collega Dora Russo, avevo da registrare, con un piccolo spettrografo a prismi, lo spettro della corona e di una protuberanza già vista nei giorni precedenti. Per un interferometro, che avevo progettato per la determinazione della temperatura della corona, non ci fu la possibilità di procurarsi lastre fotografiche abbastanza sensibili. I radioastronomi avevano a disposizione cinque strumenti e il professor Righini avrebbe volato a 5000 metri di quota, allungando di un po’ i 127 secondi disponibili a terra.