Coelum Astronomia 212 - 2017 - Page 99

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A sinistra. L’autore con John Dobson in occasione della sua visita a Perugia nel 2004.

ottico mostrava l’ultimo centimetro al bordo un po’ ribattuto, mentre tutto il resto dello specchio era assolutamente perfetto, decisi così di sacrificare quell’ultimo centimetro diaframmando lo specchio a 280 mm. Lo strumento fu subito un successo, dimostrando una netta superiorità sia a livello di contrasto, sia di magnitudine limite, sia di risoluzione, rispetto ai Meade da 254 mm.

Indimenticabile fu, tra le altre, l’osservazione del Sole con un filtro verde avvitato all’oculare (ATTENZIONE cose dell’altro mondo da non ripetere!). Per qualche secondo, a tutta apertura, lo strumento mostrò, in una giornata estiva di grande calma, la granulazione del sole come solo si poteva vedere sulle foto dei grandi telescopi solari dei professionisti. Ma dopo qualche secondo… il calore crepò il filtro e prontamente dovetti terminare l’osservazione togliendo rapidamente l’occhio dall’oculare. La visione di tanti particolari però meritava di essere riassaporata; decisi allora di acquistare un nuovo filtro verde e ripetere l’osservazione, già sapendo che questo, dopo pochi istanti, si sarebbe crepato, come immancabilmente avvenne, ma ne valse la pena!

Con questo Dobson riuscii a sdoppiare nel 1991 la stella Alfa nella costellazione della Chioma di Berenice – composta in realtà da due stelle di magnitudine +5,1 separate poco meno che 0,5 secondi d’arco – e a fotografare pianeti e stelle doppie con separazione inferiore al secondo d’arco, dopo aver però costruito una tavola

equatoriale che permetteva di inseguire gli oggetti celesti.

La febbre per il grande diametro venne placata dal Dobson da 280 mm solo per qualche anno.

Presto il desiderio di uno strumento di dimensioni maggiori si fece sentire, e sempre più forte, anche

perché nel frattempo la disponibilità di strumenti commerciali fino ai 400 mm stava rendendo il

Dobson da 280 mm uno strumento quasi comune.

Aveva poco senso passare a un 400 mm; optai allora per un 500 mm, anzi per un 520 mm

pensando che anche qui avrei dovuto diaframmare l’ultimo centimetro dello specchio.

I libri sostenevano tutti che lo spessore dello specchio dovesse essere almeno di 50 mm, anzi meglio di 80 mm, ma un vetro di questo spessore non esisteva in commercio se non a prezzi molto alti. Anche in questo caso però, dagli Stati Uniti

Sopra. I telescopi Dobsoniani da 200 mm e 280 mm di diametro costruiti dall’autore nel 1988 e 1991.

A sinistra. Fotografia del 1993 su pellicola T-Max 3200 della stella doppia zeta nella costellazione del Bootes, con le componenti separate di 0,9 secondi d’arco, ottenuta con il telescopio Dobsoniano da 280 mm e proiezione tramite oculare da 6,4 mm, inseguimento su tavola equatoriale. Esposizione di 0,5 secondi.