Coelum Astronomia 212 - 2017 - Page 62

Non è che la prima ipotesi sia ben vista da tutti. Nell’eventualità di non essere riusciti a distruggere completamente l’intruso, infatti, non sarebbe affatto gradevole trovarsi a fronteggiare una pioggia di detriti arricchiti da scorie radioattive. Per aumentare l’effetto dell’esplosione, vi è anche chi suggerisce l’azione combinata dei due proiettili, con l’impattore cinetico che agisce da efficiente penetratore trascinando con sé nelle profondità dell’intruso cosmico l’ordigno. Progetti sicuramente alla portata delle attuali tecnologie, ma per i quali serve qualcosa di più concreto di un semplice giudizio di fattibilità. Progetti per la cui riuscita è fondamentale una dettagliata conoscenza dell’asteroide. Solo la conoscenza della sua struttura geologica interna, della sua composizione e degli eventuali punti di frattura potrà infatti indicarci dove far avvenire con la massima probabilità di successo l’esplosione (o le esplosioni).

Al di là di tutto, comunque, l'idea di utilizzare una carica esplosiva nucleare non è completamente da scartare e la ritroviamo anche nei progetti che si prefiggono di modificare l’orbita dell’intruso cosmico. Dobbiamo però pensare la cosa in modo differente. Se l'esplosione venisse innescata a opportuna distanza dall'asteroide, i neutroni generati dall'esplosione investirebbero la sua superficie penetrando in profondità. Il surriscaldamento indotto da questa ondata di radiazione provocherebbe la vaporizzazione di un leggero strato superficiale e la sua espulsione dall'asteroide. Questa pressoché istantanea espulsione di materiale surriscaldato si comporterebbe esattamente come un motore a reazione, spingendo l'asteroide in direzione opposta. Una mossa certamente da calcolare nei minimi dettagli, ma che, allo stato attuale, potrebbe agevolmente essere alla nostra portata, sia per quanto riguarda la realizzazione di ordigni nucleari di potenza sufficiente, sia per il loro

La lista dei più cattivi

Già abbiamo sottolineato che non tutti i NEO sono ugualmente pericolosi. Vi sono oggetti le cui orbite attuali li conducono a compiere passaggi ravvicinati al nostro Pianeta senza che si corra alcun rischio di un impatto. Non si può purtroppo escludere, però, che tali passaggi ravvicinati non possano costituire un punto di svolta per la pericolosità dell’asteroide. Per quanto insignificante, l’inevitabile modifica orbitale che simili passaggi comportano potrebbe portare un oggetto attualmente innocuo a trasformarsi, in un futuro più o meno lontano, in minaccioso proiettile. Non è neppure escluso, in uno scenario decisamente meno problematico, che la sua nuova orbita lo conduca a cozzare su una superficie planetaria differente da quella terrestre. Gran parte degli oggetti che ci ronzano intorno, infatti, sono coinvolti in passaggi ravvicinati anche con gli altri pianeti di tipo terrestre.

Vi sono poi tutti gli oggetti che, per le loro ridotte

dimensioni, finirebbero con l’essere disinnescati dalla provvidenziale presenza della nostra atmosfera. Visto quanto è capitato il 15 febbraio 2013 a Chelyabinsk, questo non significa che non possano anch’essi combinare qualche guaio anche serio, ma il loro grado di pericolosità è indubbiamente limitato.

Per segnalare tra i NEO quelli che meritano maggiore attenzione, a partire dal 2008 si è cominciato a parlare di PHO (Potentially Hazardous Object – oggetto potenzialmente pericoloso) inserendo in questa speciale lista gli oggetti che si distinguevano per le loro dimensioni e per la ridotta distanza dalla Terra in occasione dei loro passaggi. Tecnicamente, un oggetto viene considerato un PHO se la sua minima distanza di intersezione con la Terra (chiamata MOID) è inferiore a 0,05 UA (corrispondenti a 7 milioni e mezzo di chilometri) e la sua magnitudine assoluta (indicata con H) è

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