Coelum Astronomia 212 - 2017 - Page 58

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cosmo. Alla scoperta deve dunque seguire la fase altrettanto fondamentale della determinazione dell’orbita. Solo conoscendo con precisione il percorso nello spazio dell’oggetto si potrà stabilire se e in quale misura si dovrà considerarlo potenzialmente pericoloso per la Terra. Per determinare l’orbita, però, è necessario che il nuovo oggetto venga seguito nel suo cammino celeste e ne venga stabilita con accuratezza la posizione per un numero sufficiente di giorni. È la cosiddetta fase di follow-up, nella quale giocano un ruolo fondamentale molti osservatori non professionisti, con gli Italiani ai primissimi posti come impegno, competenza, attrezzature e risultati.

Per quanto riguarda il rischio impatto, a volte bastano poche osservazioni e un'orbita abbozzata per scongiurare ogni possibile pericolo, in altri casi è invece necessario che l’oggetto celeste venga attentamente tenuto d’occhio per un periodo più lungo. Un maggior numero di dati, infatti, permette di affinare sempre più i calcoli e giungere così alla determinazione più accurata dell'orbita.

È bene sottolinearlo: non si tratta affatto di un procedere a tentoni e neppure del dover rifare i calcoli perché sbagliati, bensì del naturale processo di rimozione delle incertezze tipico del metodo scientifico.

La determinazione di un'orbita, infatti, avviene utilizzando particolari programmi di calcolo estremamente sofisticati e affidabili, ai quali vengono forniti i dati desunti dalle osservazioni. Più è esteso l'arco temporale coperto dalle osservazioni e più aumenta la precisione dell’orbita. La posizione di un oggetto, insomma, viene normalmente definita con un margine di errore (si parla di ellisse di incertezza) che si va gradualmente restringendo man mano che aumentano i dati a disposizione.

Ma quanti ce ne sono?

Inizialmente, non appena il graduale aumento delle scoperte e lo studio statistico dei crateri (soprattutto quelli lunari) cominciò a permettere stime sufficientemente ponderate, si ipotizzò che la popolazione dei NEO fosse composta da circa un migliaio di oggetti Apollo, un centinaio di Aten e 1000-2000 Amor. Una popolazione tutto sommato contenuta, dunque.

Successivamente, anziché ragionare distintamente sulle tre classi dinamiche, si preferì accorpare le stime differenziando i NEO in tre grandi categorie in base alle loro dimensioni: quelli maggiori di un chilometro; quelli di stazza media, cioè con dimensioni comprese tra un centinaio di metri e un chilometro; e infine tutti gli altri.

Negli anni seguenti, in modo inesorabile, le nuove stime fanno lievitare paurosamente i numeri in gioco. Nel Rapporto stilato dal gruppo di studio istituito dal Ministro per la Scienza britannico (la Task Force on potentially hazardous Near Earth Objects) pubblicato nel settembre 2000 si parla di circa un migliaio di NEO maggiori di un chilometro e circa 100 mila con diametro superiore al centinaio di metri. Numeri sui quali – lo si dice esplicitamente – esistono margini di incertezza persino del 50%. Fino alla metà del 2011, comunque, gli astronomi erano piuttosto concordi nel ritenere che i NEO più grandi fossero circa un migliaio, mentre per quelli intermedi era abbastanza condivisa una stima di circa 35 mila oggetti. Nel settembre 2011, però, Amy Mainzer (JPL) e altri 36 ricercatori propongono una nuova interessante stima basandosi sui dati raccolti dal satellite infrarosso WISE. Il cambiamento non riguarda tanto la stima del numero degli asteroidi maggiori di un chilometro, la cui popolazione viene sostanzialmente confermata intorno al migliaio, quanto piuttosto quelli della classe intermedia. Anziché 35 mila, gli oggetti più grandi di un centinaio di metri sarebbero 19500, con un taglio netto nel loro numero di oltre il 40%.

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