Coelum Astronomia 212 - 2017 - Page 56

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danni subiti dagli organi interni (una sovrappressione di oltre 70 kPa, per esempio, può indurre gravi danni polmonari), ma tutto sommato l’organismo riesce a reagire anche picchi ben più elevati.

Il NATO handbook on the medical aspects of NBC defensive operations, un manuale che raccoglie precise indicazioni di intervento nel caso di conflitto NBC (nucleare, batteriologico e chimico), riporta per esempio che tra i 160 e 230 kPa di sovrappressione la mortalità è valutabile intorno all’1%, valore che sale al 50% per valori compresi tra 230 e 400 kPa e raggiunge il 100% solo per sovrappressioni superiori ai 400 kPa. Analoghi manuali, però, riportano che il limite massimo di sovrappressione che la struttura di un normale edificio può sopportare si aggira intorno agli 80 kPa. Questo significa che se un essere umano può reggere 160 kPa di sovrappressione, probabilmente non è in grado di farlo l’edificio in cui risiede. Mi sembra riduttivo, insomma, che la pericolosità dell’onda di sovrappressione per la popolazione venga letta solamente in termini di danni diretti all’organismo. Non a caso, infatti, quando nei manuali militari si vuole valutare l’entità delle perdite di vite umane a causa dell’esplosione di un ordigno nucleare, si indica che per sovrappressioni superiori a 12 psi (circa 82 kPa) la mortalità tra la popolazione si aggira intorno al 98%.

Al di là di questa considerazione, lo studio di Rumpf sottolinea comunque in modo evidente come la potente spallata esercitata dal repentino propagarsi dell’aria spinta tutt’intorno sia di gran lunga la più preoccupante tra tutti i possibili effetti scatenati da un impatto. In prossimità di ground zero alla sua azione si sommeranno anche le non meno terrificanti conseguenze degli altri effetti (irraggiamento termico, terremoto ed eventuale ricaduta di detriti), ma l’azione dell’onda d’urto sarà ancora devastante a distanze alle quali gli altri effetti hanno ormai cominciato a disinnescarsi.

Un controllo continuo

Esaminare le conseguenze di un impatto non può che indurci immediatamente a considerare le possibili strategie che possiamo mettere in campo per provare a evitare o mitigare tutta quella terrificante potenza distruttiva. Il numero sempre crescente delle scoperte di oggetti che potrebbero trasformarsi in potenziali devastanti proiettili ci dà in tal senso una prima importante indicazione: se vogliamo parlare di protezione è fondamentale conoscere da cosa ci dobbiamo proteggere ed è solamente con una osservazione sistematica che possiamo scoprire l’esistenza di potenziali proiettili e valutarne la reale pericolosità.

In tal senso, gli attuali programmi di ricerca di nuovi NEO assicurano una copertura osservativa impensabile fino a qualche anno fa. Storicamente, il primo tentativo di pianificare una ricerca dei NEO risale al 1979, quando Eugene Shoemaker ed Eleanor Helin utilizzarono il telescopio Schmidt di 46 cm dell'Osservatorio di Monte Palomar, in California, per fotografare il cielo in direzione opposta al Sole, posizione nella quale gli oggetti asteroidali raggiungono in teoria la loro massima luminosità. Nel 1981 Tom Gehrels cominciò a sviluppare e a utilizzare le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie di ripresa basate sui CCD e, a partire dal 1989, iniziò la sua esplorazione del cielo con il telescopio Spacewatch di 90 cm dell'Osservatorio di Kitt Peak in Arizona, sul quale aveva sostituito le usuali lastre fotografiche con un CCD. Per quanto riguarda l'emisfero Sud, ricordiamo la ricerca fotografica svolta tra il 1990 e il 1995 da Duncan Steel all'Osservatorio di Siding Spring nel Nuovo Galles del Sud (Australia) utilizzando un telescopio Schmidt di 1,2 metri. A ben guardare, insomma, non è neppure da quarant'anni che gli astronomi si stanno occupando in modo sistematico della ricerca dei NEO.