Coelum Astronomia 212 - 2017 - Page 48

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Coelum Astronomia

A dire il vero, mancava ancora un tassello: riconoscere concretamente le tracce geologiche lasciate da quegli eventi. Una lacuna che venne definitivamente colmata dagli studi di Eugene Shoemaker. La sua tesi di dottorato – discussa a Princeton, nel 1960, e riguardante la dinamica dell’impatto e la valutazione dell’energia coinvolta nella creazione del famoso cratere di Barringer (o Meteor Crater) – gettò le basi per il corretto riconoscimento di altre strutture da impatto sparse sull’intera superficie terrestre. Le terrificanti conseguenze di un impatto cosmico emergevano dunque dall’ombra mostrando la loro devastante portata.

A partire dal 1973 e dalla scoperta dell’asteroide Apollo, sapere che là fuori esistevano oggetti che potevano concretamente trasformarsi in devastanti proiettili non permetteva più di considerare la possibilità di un impatto solamente come una bizzarra ipotesi di studio. Il continuo aumento del numero di questi potenziali proiettili, dovuto all’affinarsi delle capacità osservative, ha gradualmente reso la situazione sempre più seria.

Indicati collettivamente con il nome di NEA (Near-Earth Asteroid, asteroide vicino alla Terra) o NEO (Near-Earth Object, oggetto vicino alla Terra), questi pericolosi oggetti celesti sono incredibilmente numerosi. Alcuni dati, più delle parole, possono aiutare a farsi un’idea di quanto sia cresciuto il loro numero: nel maggio 2000 ne erano noti poco più di 1000, dieci anni più tardi si era a quota 7000 e gli ultimi dati (fine aprile 2017) ne fissano il numero intorno a quota 16000. Certo, non sono tutti ugualmente pericolosi. Circa il 40% di essi, per esempio, si limitano ad avvicinarsi alla Terra senza attraversarne l’orbita e, considerando la stazza dei NEA conosciuti, poco meno della metà ha dimensioni inferiori ai 100 metri, mentre solamente 875 hanno diametro superiore al chilometro. Dati che rendono comunque prioritario che la comunità scientifica e le istituzioni politiche debbano occuparsene in modo serio e approfondito.

Valutare il rischio

Uno dei motivi per i quali il mondo scientifico fu per molto tempo riluttante all'idea di catastrofici scontri di corpi celesti con la Terra è senza dubbio la mancanza di testimonianze storiche ritenute attendibili. Questa mancanza di dati oggettivi rendeva assolutamente improponibile anche solo il tentativo di quantificare il livello di rischio associabile a un impatto cosmico. Sembrava di essere in presenza di una minaccia talmente impalpabile da rendere inaccettabile la sua valutazione dal punto di vista statistico. Un'autentica minaccia fantasma, insomma.

Nel gennaio 1994, però, i due planetologi americani Clark Chapman e David Morrison pubblicarono su Nature uno studio intitolato Impact on the Earth by asteroids and comets: assessing the hazard, il primo tentativo in assoluto di valutazione di quale ricaduta potesse avere l'impatto di un oggetto cosmico sul nostro pianeta. Il merito principale di questa analisi è quello di aver ricondotto lo scenario di un impatto cosmico nell'ambito della previsione statistica del rischio associato a un qualsiasi altro disastro naturale.

L'approccio al problema di Chapman e Morrison è quello tipicamente utilizzato dalle compagnie assicurative quando, per stabilire l'ammontare dei premi delle polizze proposte ai clienti, devono valutare le probabilità del verificarsi di un evento. Tale valutazione, per dirla in termini molto sbrigativi, considera i casi che si sono verificati nel corso di un certo intervallo di tempo e rapporta il numero delle persone coinvolte in tali casi al totale della popolazione campione. L’aspetto più problematico nell’applicare un’analoga strategia all’impatto di un asteroide sta nel fatto che ci troviamo in presenza di un caso davvero estremo, un rischio che ha una minima probabilità di verificarsi ma che reca con sé pesantissime conseguenze.

In pratica, i due ricercatori hanno preso in considerazione un evento che provoca, direttamente o indirettamente, la morte di un