Coelum Astronomia 211 - 2017 - Page 44

44

Coelum Astronomia

Sopra. gli strumenti e i risultati delle misure a confronto con quelli di Hess del 1912.

Sotto e nell'immagine di apertura. La spedizione VHANESSA.

Terminata l’esperienza in mongolfiera, i rivelatori utilizzati in volo vennero riposti su uno scaffale, dove rimasero abbandonati a loro stessi anche se, con il tempo, cominciarono a inviarmi dei chiari segnali... Infatti, la vista degli strumenti non più operativi in qualche modo ha stimolato lo sviluppo di un’idea: trovare un modo per portare la fisica dei raggi cosmici oltre il puro campo accademico e a farla divenire di interesse e utilità non solo per gli appassionati, ma anche per gli studenti delle scuole superiori o per qualsiasi persona curiosa dal punto di vista scientifico. La fisica dei raggi cosmici è una materia multidisciplinare e quindi si adatta a numerose attività che possono essere trattate negli istituti scolastici. Coinvolge la fisica, la statistica, la matematica, la fisica delle particelle, l’astrofisica e le tecnologie dei rivelatori, tutte materie che in effetti oggi sono raccolte in un’unica disciplina che viene chiamata “fisica delle astroparticelle”.

Per rivelare i raggi cosmici a terra, i grandi Osservatori professionali usano il sistema delle matrici o array. In sostanza vengono schierati numerosi rivelatori su un’ampia superficie e, grazie all’organizzazione dei dati raccolti da ogni singolo rivelatore, si riescono a ottenere moltissime informazioni sulla natura dei raggi cosmici. Più è grande la superficie impiegata, più è grande il numero di rivelatori utilizzati e maggiori sono le possibilità di indagine.

Nella storia dei raggi cosmici l’idea di utilizzare più rivelatori contemporaneamente risale a una figura italiana di spicco, il fisico Bruno Rossi. Negli anni trenta fu uno dei maggiori esponenti – a livello internazionale – per la fisica delle particelle cosmiche. Rossi si accorse che alcuni rivelatori del suo laboratorio scattavano simultaneamente anche se erano posti a grande distanza l’uno dall’altro. Questa era la manifestazione delle “cascate” atmosferiche (o “sciami”, meglio definiti in lingua inglese come showers), ossia la prova che le particelle che ci piovono in testa nascono in realtà da una singola particella che arriva dallo