Coelum Astronomia 209 - 2017 - Page 57

www.coelum.com

57

queste cose sono avidi e i quali sui loro giornali, se possono, non si lasciano sfuggire l’occasione di scrivere qualcosa di nuovo. E, nel nostro caso, potevano raccontare di aver ascoltato quella che Piattelli aveva chiamato “la voce del Sole”. Un ronzio con molte punte più o meno intense, che faceva molta impressione e destava una grande ammirazione negli ascoltatori verso chi era in grado di creare strumenti capaci di tanto. Un picco di quella voce, un acuto di quel canto, che corrispondeva a un picco del pennino del registratore, era il segnale che sul Sole era avvenuta un’esplosione di particelle cariche, un brillamento, che avrebbe rafforzato il vento solare ai cui effetti la Terra e la nostra atmosfera non avrebbero potuto sottrarsi.

C’era un certo entusiasmo in quei visitatori. Forse anche perché non è il caso di dimenticare che l’elettronica di quei primi anni ‘50 non era quella di oggi, le radio funzionavano ancora con le valvole termoioniche e certe possibilità erano ancora un mistero per tutti.

Poi, negli anni successivi, l’esperienza di Arcetri in campo radioastronomico si sviluppò fino alla costruzione di un’antenna di 10 metri di diametro, un paraboloide pieno con la superficie ben lavorata per poter ricevere onde di lunghezza di qualche centimetro, provenienti dalla cromosfera, montato equatorialmente, non più sul terrazzo dell’istituto ottocentesco, dato il peso, ma su quello di cemento armato dell’officina e falegnameria antistante l’istituto.

Non so quanto tempo sia passato prima del suo smantellamento. Quando lasciai Arcetri per passare all’Osservatorio di Capodimonte a Napoli c’era ancora, ma poi avvennero diverse trasformazioni, tra cui l’istituzione del corso di laurea in Fisica dello Spazio col trasferimento di vari ricercatori dell’Osservatorio all’Università, lo spostamento dell’Istituto di Fisica dalla collina di Arcetri alla nuova sede universitaria, il progresso dovuto allo sviluppo della ricerca spaziale e, soprattutto, nel ‘78, la morte di Righini al quale successe Franco Pacini (1939-2012).

Oggi, dunque, il grande “padellone” di Arcetri non c’è più da tempo, ma il ricordo di quei primi passi della radioastronomia in Italia, condotti sul colle di Galileo, è ancora vivo.

Marcello Ceccarelli e la “Croce del Nord”

Altri passi, intanto, più decisi e importanti, furono fatti successivamente a Bologna dove era approdato, sulla cattedra di fisica sperimentale, Marcello Ceccarelli (1927-1984).

Fino a quel momento Ceccarelli si era occupato di particelle elementari, ma a Bologna cambiò indirizzo e si mise a fare l’astronomo. Non siamo mai stati amici nel senso proprio della parola, ci occupavamo di cose diverse e vivevamo in luoghi differenti, ma io avevo di lui una grande stima che, tra l’altro, aumentò nel tempo per i risultati che ottenne col suo lavoro e per come seppe affrontare la sua sorte (morì a soli 57 anni di sclerosi multipla). Ricordo che una volta (io già lavoravo da tempo a Napoli, impegnato a dar nuova vita a quell’Osservatorio da decenni alla deriva), mentre eravamo in coda per non so quale occasione – forse aspettavamo il nostro turno per prendere qualcosa da mangiare, durante l’intervallo di fine mattina a un congresso – mi disse che lo meravigliavo perché mi comportavo come se credessi in quello che facevo. Io, in realtà, non mi sono mai domandato se ci credevo oppure no. Facevo quello che ai miei occhi era mio dovere fare. Per lealtà verso me stesso e verso chi mi stava intorno (e non solo a Napoli). Ma forse, credere, è proprio questo. Però, e glielo feci notare, avrei potuto dirgli esattamente la stessa cosa!