Coelum Astronomia 209 - 2017 - Page 54

54

Coelum Astronomia

grande: l’ALMA, l’Atacama Large Millimeter Array, 66 antenne di diverse dimensioni.

Oggi il quadro è dunque notevolmente ricco, ma l’evoluzione non si arresta e sono già iniziati altri progetti per strumenti ancora più potenti. Primo tra tutti è quello dello SKA, lo Square Kilometer Array, che sorgerà nel Sudafrica e in Australia con un’area di raccolta dei segnali di 1 km2 e sarà il frutto della collaborazione di 10 Paesi, tra i quali l’Italia.

Sono passati solo poco più di 80 anni (a quell’epoca cominciavo la scuola elementare) da quando Jansky fece la scoperta dei rumori radio che poco dopo aprì la strada al radiocielo.

Ma forse ciò che ho ricordato fin qui lo sanno, più o meno, tutti quanti e io desideravo raccontare altro: collegandomi alle prime righe di questo articolo torno alla nascita della radioastronomia in Italia.

Guglielmo Righini e la nascita

della radioastronomia in Italia

A sinistra. Il professor Guglielmo Righini, direttore dell’Osservatorio di Arcetri dal 1953 al 1978, sotto l’antenna a parabola da 10 metri di diametro. Cortesia dell’Archivio Storico dell’Osservatorio Astrofisico di Arcetri - Archivio fotografico.

Ci pensò per primo Guglielmo Righini, direttore dell’Osservatorio di Arcetri, che, a suo tempo a Cambridge, aveva avuto modo di avvicinarsi alle indispensabili tecnologie. Probabilmente da solo non ce l’avrebbe fatta ma se ne intendeva e, nel 1952, seppe raccogliere intorno a sé un gruppetto di giovani valorosi che si misero, entusiasti, all’opera. Oltre a Righini, che ne era l’anima, c’erano tre ingegneri – Barletti, Bertini e Tofani – un tecnico – Curioni – e l’uomo chiave del gruppetto: Maurizio Piattelli, giovane brillante, preparato e dal temperamento aperto e gioviale, e di grande iniziativa, che aveva lavorato alla costruzione di radar col professor Nello Carrara (1900-1993), fondatore del Centro delle Microonde di Firenze (suo è il termine “microwave”).

A un certo punto, Arcetri ebbe la sua prima antenna, costruita, per quello che posso ricordare, nell’officina dell’Osservatorio dai meccanici Terchi e Tantulli, fatta con una rete da pollaio e quattro spirali metalliche, montata equatorialmente sul terrazzo dell’Osservatorio per raccogliere segnali dalla corona solare (ovviamente, visto che il Sole era l’oggetto principale della ricerca degli astronomi di Arcetri), della lunghezza d’onda dell’ordine del metro.