Coelum Astronomia 206 - 2016 - Page 49

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Sopra. L’immagine qui sopra mostra un’immagine elaborata di Plutone per rendere più evidente la Tombaugh Regio, rinominata informalmente “il cuore di Plutone” per via della sua caratteristica forma. Crediti: NASA/JHUAPL/SWRI.

Sputnik Planitia

Le analisi compiute hanno reso evidente una particolare concentrazione di ghiaccio di azoto e monossido di carbonio. Inizialmente quest’area venne battezzata Sputnik Planum ma, successivamente alle immagini stereo catturate, gli studiosi preferirono il nome Sputnik Planitia. Questo apparentemente insignificante cambiamento nel nome testimonia in realtà una scoperta molto importante circa le caratteristiche fisiche di questa area. Entrambi i termini, appartenenti alla lingua latina, significano infatti “pianura” ma gli astronomi tendono a usare il termine “planum” per indicare un altopiano mentre “planitia” indica una pianura affossata, cosa che si è rivelata essere la Sputnik Planitia appunto, ossia una enorme depressione che, al centro, raggiunge anche una profondità dai 3 ai 4 chilometri rispetto alle zone perimetrali. Essa è molto probabilmente la reliquia di un gigantesco impatto avvenuto in epoche remote, forse proprio l’impatto che ha causato lo strano orientamento dell’asse di rotazione del pianeta.

Tornando alla composizione chimica, non si osserva alcuna presenza di ghiaccio d’acqua che invece risulta abbondante nelle aree perimetrali. Qui il ghiaccio costituisce delle dure, spigolose e imponenti strutture, delle vere e proprie montagne di ghiaccio che nelle immagini appaiono come lunghe catene montuose, nominate Al-Idrisi Montes a ovest e Hillary Montes e Norgay Montes verso sud.

Dal punto di vista fisico, la superficie appare dominata da strutture cellulari pianeggianti di forma poligonale, con il perimetro ben definito e leggermente incavato rispetto al centro. Le dimensioni di questi poligoni varia dai 16 fino ai 48 chilometri, la cui età stimata si aggira attorno al milione di anni.

Al di là della sua caratteristica più appariscente, il forte candore, è un’altra la particolarità che ha attratto l’attenzione dei geologi di missione: la totale assenza di crateri.

Diversamente dalle altre aree di Plutone, nessun cratere da impatto è presente in tutta la Sputnik Planitia, nemmeno uno! Questo fatto ha ovviamente stimolato le menti degli studiosi che hanno ipotizzato un meccanismo ancora attivo di rinnovamento della superficie, in grado di cancellare eventuali cicatrici lasciate dagli impatti. La regione risulta infatti piuttosto giovane

(in termini geologici), probabilmente non più di 10 milioni di anni. Ma potrebbe essere attiva ancora oggi?

Gli scienziati planetari pensano che nel nucleo di Plutone possano essere ancora attivi dei meccanismi di decadimento radioattivo delle rocce che lo compongono e il calore generato da tali attività potrebbe essere sufficiente a innescare un lentissimo processo convettivo che permette al calore di salire in superficie. Considerando che l’azoto fonde a circa 63 K, esso potrebbe risalire viscosamente verso la superficie, in forma di “bolle” di azoto liquido che, ghiacciandosi nuovamente alla temperatura superficiale di 37 K, genera proprio quelle strutture poligonali osservate. Strutture che potrebbero quindi essere l’evidenza delle bolle ghiacciate risalite dall’interno.

Gli studiosi non sono ancora in accordo sullo