Coelum Astronomia 206 - 2016 - Page 121

L’area sulla quale oggi si estende la costellazione che ci apprestiamo a visitare è stata nel corso dei secoli terreno fertile per l’apparizione di altre figure minori. La più antica rappresentazione delle tre stelle che oggi delineano il capo e le corna del montone celeste è presente nel Mul-Apin, compendio di conoscenze astronomiche e astrologiche compilato in Assiria attorno al 1370 a.C, dove rappresentavano MULLU-HUN-GA ovvero un bracciante agricolo. La tradizione babilonese, in seguito, la cambiò in DUMUZI, il “bovaro”, anche se è cronologicamente difficile determinare quando tale passaggio di consegne accadde.

La prima identificazione dell’Ariete come tale è presente su ceppi confinari in pietra che risalgono attorno al 1350-1000 a.C.

In Egitto, l’Ariete era stato associato ad Amon-Ra, raffigurato proprio come un uomo con la testa di ariete. Il fatto di associare l’Ariete alla figura più importante del pantheon egizio non era casuale: la costellazione, infatti, veniva chiamata “l’indicatore del rinato Sole” in quanto il transito del Sole tra le sue stelle segnava l’equinozio di Primavera, simbolo di rinascita.

Fu comunque nella Grecia classica che il famoso mito di Giasone e del vello d’oro venne associato alle stelle di questa costellazione. Storia, questa, assai nota al contrario dei fatti antecedenti: la famosa spedizione degli Argonauti. Atamante, re di Beozia, ebbe due gemelli da Nefele, dea delle nubi, Frisso ed Elle. La seconda compagna del re, gelosa di loro, convinse questo a sacrificarli, ma un ariete volante dal vello d’oro, inviato da Ermes a cui Nefele chiese aiuto, andò a salvarli prima che il sacrificio fosse compiuto. Levando in volo verso la Colchide, antica denominazione dell’odierna Georgia, Elle però cadde dalla schiena del fantastico animale nel tratto di mare che separa l’Egeo dal Mar Nero (che da essa prese quindi il nome: l’Ellesponto) mentre Frisso, dopo l’arrivo nella Colchide, sacrificò l’ariete a Zeus e ne regalò il vello al re Eete che lo ospitava. Quest’ultimo lo appese su un albero in un luogo sacro, custodito da un drago da dove, più tardi, venne infine rubato da Giasone e dai suoi compagni, gli Argonauti appunto, con l’aiuto di Medea, figlia di Eete.

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Una rappresentazione artistica della classica figura di Pegaso. In questa rappresentazione il cavallo alato è rappresentato per intero anzichè solo la parte anteriore come spesso si trova negli atlanti celesti classici. L'orientamento a "testa in giù" è quello corretto. Cortesia GPNoi

Nella Storia e nel Mito