Coelum Astronomia 203 - 2016 - Page 78

Space Engine e le meraviglie dell’ignoto

di Stefano Severico

Fu con queste parole che Edgar Mitchell, al ritorno della missione spaziale Apollo 14, tentò di descrivere la forte sensazione di stupore e meraviglia che aveva provato poche settimane prima nell’osservare la Terra fare capolino alle spalle della Luna. Immaginate di essere nei suoi panni: vi trovate a più di 300 mila chilometri da casa, in orbita attorno all’irregolare distesa argentea della superficie lunare, con nient’altro che sessanta centimetri di plastica e lamiere a separarvi dal vuoto dello spazio siderale. È la vostra prima missione, e mentre scendete nel modulo di atterraggio che vi condurrà sul perimetro superiore del cratere Cone, largo 300 metri e abbastanza profondo da contenere un palazzo di venticinque piani, decidete di dare una sbirciata fuori dall’oblò.

Quel che vedete, diluito nell’oscurità dello spazio infinito, è solo il debole riflesso argenteo della sabbia lunare, senza punti di riferimento, uno spettacolo che vi affascina e vi fa sentire piccoli e indifesi; ma a un certo punto, oltre l’arco dipinto dalla Luna, ecco che spunta un alone di luce azzurra: è la Terra.

«Improvvisamente, alle spalle del disco argenteo della Luna, in lunghi e interminabili momenti di immensa maestà emerge uno scintillante gioiello blu e bianco, una luce, una delicata sfera colore del cielo attraversata da sottili veli di bianco che vorticano lenti, e sorge piano, come una piccola perla in un profondo e nero oceano di mistero. Ci vuole un po’ di tempo per rendersi conto che si tratta della Terra… della nostra casa».

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