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La difficoltà più rilevante per un riflettore di grandi proporzioni era data comunque dalla fusione dello specchio, da realizzare in metallo perchè ancora non s’era diffusa la pratica di argentare le superfici esterne di grandi dischi di vetro, come mostrarono per primi Foucault e Steinheil nel 1856.

Dopo gli incoraggianti risultati ottenuti con il primo specchio monolitico del diametro di tre piedi (poco più di 90 centimetri), Lord Rosse volle tentare di raddoppiare le dimensioni. E così il 13 aprile 1842 si procedette a preparare il bronzo necessario in tre crogioli per un peso totale di quattro tonnellate. Furono necessari ben quattro tentativi e soltanto alla fine di quell’anno si ottenne uno specchio dalle caratteristiche desiderate, che poté essere lavorato otticamente con successo.

Restava il problema di montarlo in una struttura che consentisse di manovrarlo e puntarlo con la precisione richiesta. Fu sistemato in fondo a un tubo di diciassette metri: all’estremità superiore c’erano lo specchio secondario (piano) e il portaoculari. Il problema del peso e dell’ingombro si presentava tale che si preferì ancorare tutto lo strumento fra due robuste pareti murarie erette a cavallo del meridiano, sacrificando la possibilità di puntamento dello strumento, limitata a un’ora prima e dopo il meridiano.

I lavori per la montatura impegnarono tutto il 1843 e pure l’anno successivo. Nel febbraio 1845 lo specchio fu considerato pronto per essere provato dentro il tubo: puntato verso il cielo il 13 di quel mese, si tentò di osservare per prima la grande nebulosa di Orione, ma arrivarono le nubi al momento giusto, impedendo l’osservazione.

Seguirono osservazioni di ammassi stellari e di stelle doppie: il Leviatano, così era chiamato vista la sua imponenza, era in grado di fornire immagini la cui brillantezza superava peraltro ogni immaginazione. Fu a quel punto che il grande obiettivo venne considerato pronto per cimentarsi con le “nebulae” di Herschel, sfruttando le sue enormi possibilità di “raccoglitore” di luce: immediatamente risultò

un’immagine più avvincente. M51, ad esempio, era concepita come l’archetipo di un’intera classe di nebulose e questo era il motivo che spingeva Lord Rosse a porre particolare enfasi sulla struttura piuttosto che sui livelli di luminosità. L’intera immagine è composta di neri e bianchi piuttosto che di sfumature delicate, e del resto gli astronomi di Parsonstown si abituarono ben presto a lavorare in negativo, rappresentando le nebulose come soggetti scuri su sfondo chiaro sia nei disegni dal vivo che nella maggior parte delle pubblicazioni grazie alla maggior facilità con cui era possibile rappresentare ombreggiature e gradazioni fini della luce.

Non tutti condividevano l’approccio di Lord Rosse, e l’uso di immagini negative era spesso considerato un serio problema. Il recensore del catalogo pubblicato da Rosse nel 1861 lamentò che «i disegni siano nero su bianco – l’opposto che in natura – invece che bianco su nero». L’astronomo scozzese Charles Piazzi Smyth (famoso più che altro per le sue bizzarre teorie sulle piramidi d’Egitto) rincarò la dose, ricordando

Nella pagina precedente. Nove disegni di M51 presentati con lo stesso orientamento e scala (nord in basso ed est a destra). La separazione dei nuclei di quelle che oggi sappiamo essere due galassie in interazione è di circa 4,6 primi d’arco.

Disegno realizzato da John Herschel nel 1833 (a).

Il primo disegno di Rosse del 1845 (b).

Il disegno di Rosse del 1850 (c).

Un disegno del 1862 di Jean Chacornac (d).

Un disegno di William Lassell del giugno 1862 (f).

Disegno del 1864 di Hunter (g).

Disegno del 1884 di Hermann Vogel (h).

Disegno di Piazzi Smyth del 1890 (i).

Un disegno di Widt realizzato da una foto del 1888 di von Gothard (j).

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