Coelum Astronomia 198 - 2016 - Page 66

liquido. Queste condizioni possono verificarsi anche su mondi molto diversi dalla Terra, come accade su alcune delle lune ghiacciate di Giove (Europa, Ganimede e Callisto) e di Saturno (Encelado e Titano), che sono prive di atmosfera ma hanno oceani sepolti sotto una spessa crosta ghiacciata. Vi è poi Marte, in cui vi sono ormai prove certe dell’esistenza di un ambiente e un clima simili a quelli della Terra nelle prime centinaia di milioni di anni della sua storia. In entrambi i casi la vita su questi mondi non sarebbe rilevabile con le tecniche che si usano per studiare i pianeti intorno ad altre stelle.

Per le lune ghiacciate, la grande sfida tecnologica nella ricerca della vita è come arrivare agli oceani sotto chilometri se non decine di chilometri di crosta ghiacciata; per Marte, invece, la principale difficoltà è trovare e identificare i resti di vita passata miliardi di anni dopo la fine delle condizioni climatiche che ne possono aver permesso la nascita. Mentre per Marte esiste un piano per riportare a terra campioni da analizzare in laboratorio entro i prossimi due decenni, la prima missione prevista per studiare gli oceani delle lune ghiacciate di Giove non arriverà a destinazione prima del 2030, e avrà a bordo strumenti per misurare solo le proprietà fisiche di questi oceani, non eventuali biomarcatori.

Esiste un solo luogo nel Sistema Solare in cui la presenza di vita extraterrestre può essere verificata in maniera diretta, ed è Encelado. Questa piccola luna ghiacciata erutta acqua dal proprio interno a centinaia di chilometri di altezza attraverso giganteschi geyser situati al polo sud. Per sapere se c’è vita su Encelado, tutto quello che occorre fare è mandare una sonda che passi attraverso i geyser e raccolga l’acqua per poi analizzarla. Questo può essere fatto oggi, e ci sono già progetti in tal senso, anche se nessuna agenzia spaziale ha ancora deciso se metterli in atto. Quello che però veramente non sappiamo è quanto sia comune lo sviluppo della vita una volta che ve ne siano le condizioni, e continuare a cercare su Encelado, su Marte o su Europa è solo il primo passo verso la risposta.

Per questo credo che l’affermazione della dottoressa Stofan, almeno nell’ambito del Sistema Solare, si riferisca alla comprensione di quanto gli ambienti che noi oggi riteniamo capaci di sostenere la vita siano realmente in grado di farlo.

ROBERTO OROSEI

Ricercatore presso l’Osservatorio di Radioastronomia dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e Professore a contratto per l’Università di Bologna. Laureato in astronomia e con un dottorato in ingegneria elettronica, si occupa della realizzazione, e dell’analisi dati, di sensori per sonde spaziali. Partecipa a diverse missioni di esplorazione planetaria della NASA e dell’ESA, ed è il principal investigator del radar italo-americano MARSIS a bordo della sonda europea Mars Express.

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