Coelum Astronomia 198 - 2016 - Page 65

Proponiamo qui la conclusione di questa inchiesta, iniziata su Coelum n. 193, in cui, Filippo Bonaventura, che ha curato le interviste con i ricercatori e scienziati, tira le fila di quanto emerso. Aggiungiamo inoltre due ulteriori interviste per completare il quadro.

Sergio Erculiani

Personalmente, sono possibilista. Ultimamente sono stati allocati diversi fondi allo studio degli esopianeti, forti anche dei riscontri positivi. Sono d’accordo con chi sostiene che il problema non sia se riusciremo a trovare evidenze della vita extraterrestre, ma quando. È essenziale a tal fine che si riesca a far convergere i cervelli per affrettare i tempi, premiando e favorendo le collaborazioni interdisciplinari. Posso supporre che fra 20 anni le tecnologie di nuova generazione saranno appena fuori rodaggio e che dunque sarà necessario ancora qualche anno prima di poter davvero “affilare gli artigli”.

È anche vero che il fermento in questo ambito si traduce nella scoperta di un numero sempre maggiore di metodi per trovare biomarker. Per esempio, recentemente si è scoperto che anche i pigmenti non derivanti da attività di fotosintesi possono produrre delle “firme” osservabili. Oppure, qualcuno ha vagliato la possibilità di scoprire tracce di ossigeno nelle atmosfere degli esopianeti attraverso lo studio della polarizzazione delle molecole: uno studio alla portata della prossima generazione di telescopi.

Noi, all’Osservatorio di Padova, stiamo ricreando in laboratorio le condizioni che si avrebbero sulla superficie di un pianeta di tipo terrestre o di una super-Terra che orbita attorno alla zona abitabile di una stella di tipo spettrale M. Abbiamo sviluppato un incubatore in cui inseriremo vari tipi di organismi fotosintetici e li illumineremo con un simulatore stellare in grado di riprodurre le condizioni di illuminazione date da diverse stelle. Dall’analisi dei gas capiremo se l’ossigeno che producono sia rilevabile in atmosfera. Credo che tra vent’anni questa tecnologia sarà ancora un po’ acerba, ma forse sufficiente per poter già affermare qualcosa.

In definitiva, forse entro 20 anni non avremo la tecnologia pronta per cercare i biomarker come li conosciamo ora, ma chi ci dice che non ci basti la tecnologia odierna per cercare indizi osservabili non ancora vagliati?

ROBERTO OROSEI

Dato il mio campo di competenza, ciò di cui posso parlare è a che punto siamo con la ricerca della vita nel Sistema Solare, e quali sono le probabilità che questo porti dei risultati entro 10 o 20 anni.

Anche se non c’è un accordo completo tra gli esperti sulla definizione di cosa sia la vita, si ritiene che essa richieda come minimo la disponibilità di un certo numero di elementi chimici (carbonio, azoto, ossigeno ecc.), una o più fonti di energia e la presenza di acqua allo stato

Sergio Erculiani

Dopo la laurea in Astronomia all‘Università di Padova, attualmente è dottorando presso il Centro di Ateneo di Studi e Attività Spaziali “Giuseppe Colombo” (CISAS) di Padova, dove lavora alla ricerca di firme della vita su altri mondi attraverso la simulazione di ambienti esoplanetari in laboratorio.

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