Coelum Astronomia 198 - 2016 - Page 111

Risolti ad almeno 200 ingrandimenti, le ombre dei satelliti sul disco non saranno più dei puntini ma dei cerchietti. I più coraggiosi possono provare a osservarli con ingrandimenti a partire dalle 250-300 volte. Se la serata è davvero favorevole dal punto di vista atmosferico e il telescopio è ben collimato e in temperatura con l'ambiente esterno, le piccole lune mostreranno dei minuscoli dischetti estesi per poco più di un secondo d'arco. Il più grande, Ganimede, che è anche il satellite maggiore del Sistema Solare, potrebbe persino mostrare una macchia scura sulla sua superficie: si tratta della Galileo Regio, una regione identificata dalla sonda Galileo negli anni ‛90 e che adesso è alla portata degli osservatori più esperti. Una bella sfida per testare la vostra capacità di osservazione e la qualità del vostro strumento. In fotografia, la Galileo Regio di Ganimede è alla portata di telescopi di 15 centimetri, forse anche meno.

Ma per gli amanti della fotografia astronomica la vera sfida è un'altra ed è ai limiti dell'impossibile.

Disegnare il gigante gassoso e la corte dei satelliti è una delle attività osservative più interessanti e appaganti

Una sfida per astrofotografi esperti

Chi mi conosce sa che spesso mi piace concludere gli articoli osservativi lanciando qualche sfida che cerchi di sfruttare il grande potenziale della strumentazione amatoriale. Per Giove ho in mente qualcosa da diversi anni, senza che abbia mai avuto la possibilità di provare sul campo la mia idea. Per questo motivo lancio una sfida agli astrofotografi esperti, ma non necessariamente di riprese planetarie, anzi.

Giove ha un debolissimo sistema di anelli che, in condizioni normali, è impossibile da osservare e fotografare perché diverse migliaia di volte più debole del disco. Tuttavia, credo che sia ormai possibile riuscire a riprendere gli anelli di Giove anche con una strumentazione relativamente modesta, come un telescopio da 20-25 centimetri.

Gli anelli del pianeta vennero fotografati da Terra per la prima volta nel 1980, dopo essere stati scoperti dalla sonda Voyager 1 nel 1979, con il grande telescopio Hale da 5 metri di diametro dell'Osservatorio Palomar, in California. Sebbene diametri di tale apertura non siano raggiungibili amatorialmente, la tecnica usata può essere sfruttata per tentare di replicarne i risultati.

Per l'impresa serve prima di tutto un filtro centrato sulla banda del metano a 889 nm, quindi nel vicino infrarosso. Gli astrofotografi specializzati nella ripresa di Giove usano già da qualche anno questo filtro per aumentare il contrasto di alcuni dettagli atmosferici, ma uno degli aspetti interessanti è che in questa banda Giove risulta centinaia, se non migliaia, di volte più debole che nel visibile, mentre il sistema di anelli mantiene la sua luminosità. Il miglior filtro in commercio è prodotto dalla Baader Planetarium e ha una banda passante di soli 8 nm, la metà di quella utilizzata al fuoco del telescopio Hale nel 1980, quindi in teoria consente di diminuire notevolmente il divario di luminosità tra globo e anelli. Purtroppo non è economico, per questo motivo, forse, conviene che gli appassionati uniscano le loro forze, perché servirà anche una tecnica di ripresa che raramente possono applicare gli specialisti dell'alta risoluzione.

Gli anelli del pianeta brillano, a questa lunghezza d'onda, di una magnitudine superficiale di circa 18 su ogni secondo d'arco quadrato (quindi circa come la nebulosa ad anello M57) e si estendono per 1,8 raggi gioviani, ovvero con un raggio di circa 40″ nel momento della massima vicinanza alla Terra. Le anse arrivano a circa 18 secondi d'arco dal bordo brillante del pianeta, nei pressi

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