Coelum Astronomia 197 - 2016 - Page 32

conferme. La presenza di acqua liquida e ozono su uno stesso esopianeta sarebbe davvero una forte indicazione di vita extraterrestre.

Tornando alla domanda iniziale, personalmente credo che entro pochi anni sarà identificato con certezza almeno un mondo con ossigeno, acqua liquida e un clima temperato. Ossigeno e acqua liquida, dal nostro punto di vista, significano abitabilità e quasi certamente la vita, ma data l’importanza della questione quel “quasi” ha una rilevanza scientifica e sociale enorme. In teoria si può avere un mondo di questo tipo ma sterile, in cui l’ossigeno è prodotto da processi inorganici e nel quale una geochimica speciale lo fa durare a lungo. L’ossigeno, di per sé, non si combina per esempio con azoto o anidride carbonica: è il suolo che fa la differenza.

I modi in cui potremmo essere certi dalla vita aliena entro vent’anni sono invece:

- rilevazione polarimetrica o spettroscopica di clorofilla incorporata in acqua stratosferica, dal momento che la clorofilla è una molecola complessa prodotta solo dalla vita e con una buona riconoscibilità.

- Ricezione di segnali di tipo SETI.

- Forme primitive di vita (morte o fossili) in materia cometaria riportata a terra o in meteoriti, che siano molto meglio riconoscibili dei famosi “fossili marziani”.

La prima strada è a mio avviso realizzabile in appena 20 anni, compreso il tempo di verifica e consenso, a patto che ci sia clorofilla da trovare. Le altre due opzioni sono una pura questione di fortuna.

DANIELA BILLI

La dichiarazione di Ellen Stofan è sufficientemente realistica, nel senso che attualmente sappiamo come e dove guardare, anche se la ricerca è limitata alle fasce di abitabilità; cosa che, dallo studio del Sistema solare, sappiamo non essere sufficente. Encelado ed Europa, ad esempio, pur essendo al di fuori della zona abitabile, presentano almeno un requisito per la vita come noi la conosciamo: acqua allo stato liquido.

Inoltre, nella maggior parte dei casi, possediamo già la tecnologia necessaria per questi studi (o quasi…), come dimostrano le future missioni ExoMars 2018 e Curiosity 2020. È invece troppo ottimistico affermare che troveremo forti indicazioni di vita extraterrestre, anche se, naturalmente, molto dipende dalla definizione di “vita” adottata. Quella che apre il maggior numero di scenari possibili afferma che essa “è un sistema chimico in grado di autosostenersi e di andare incontro all’evoluzione darwiniana”: in questo caso anche un nuovo mondo a RNA sarebbe considerato abitato. Le succitate missioni per l’esplorazione di Marte – le prime, dopo le Viking dedicate alla ricerca di vita – grazie alle tecnologie sviluppate, saranno in grado di ricercare molecole complesse come polisaccaridi e DNA, che sulla Terra sono associate alla vita. Alcune strategie di rilevamento adottate sfrutteranno la reazione antigene-anticorpo, altre delle tecniche spettroscopiche, ma la vera sfida risiede nel fatto che i test verranno svolti utilizzando molecole di organismi terrestri, spesso estremofili, provenienti da ambienti analoghi a quelli di Marte, come i deserti.

Test, che peraltro sono già in corso, per definire gli effetti dell’ambiente marziano sulle macromolecole biologiche, con l’esposizione di estremofili e macromolecole a condizioni simulate marziane, riprodotte nel contenitore ESA EXPOSE collocato al di fuori della Stazione Spaziale Internazionale.

Tecnicamente più complessa può sembrare invece la ricerca di vita nelle lune ghiacciate del nostro Sistema solare. Come accennavamo all’inizio, Encelado ed Europa hanno oceani di acqua liquida al di sotto della superficie ghiacciata.

Il traguardo successivo, cioè la ricerca di vita in pianeti intorno ad altre stelle, sia guardandone l’atmosfera sia cercando bio-impronte colorate sulla superficie, richiede un notevole sforzo tecnologico. Un passo in avanti è per esempio fornito dalla sinergia tra l’impiego di telescopi spaziali e lo sviluppo di sistemi per rilevare in modo remoto le impronte dell’attività metabolica nell’atmosfera. Un contributo importante potrebbe derivare dall’impiego di atmosfere planetarie simulate e organismi estremofili, che sulla Terra sono relegati in nicchie caratterizzate da estremi di temperatura, pH, salinità, o fenomeni di deliquescenza, condizioni che altrove potrebbero essere invece la norma.

SAVINO LONGO

Professore ordinario di Chimica Generale e Inorganica presso l’Università degli Studi di Bari. Associato al CNR (Nanotec) e all’INAF (Arcetri). La sua attività di ricerca riguarda la simulazione dei gas ionizzati e dei reattori per produrli, il confinamento di atomi e molecole, la materia meteorica, i gas atmosferici e la formazione di molecole nell’universo primordiale. Ha partecipato ai progetti PHYS4ENTRY (FP7), PLASTET (ESA), EUROPA (ISS) e attualmente all’azione COST Our Astrochemical Hystory.

32